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Michele Aiello

"Ecco l'elenco di amici e nemici"


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È in cerca di occupazione. “Lavorerei presso i privati, in uno studio di progettazione. Non mi pongo particolari problemi”. Referenze: è ingegnere civile, specializzato in Trasporti, ma in realtà da oltre 15 anni si occupa di strutture sanitarie di avanguardia, radiodiagnostica, medicina nucleare e molto altro. Attitudini: sa trattare molto bene con la Regione. Non va lui da presidenti e deputati: sono loro che vanno a trovarlo.

Magari in un negozio di abbigliamento. E poi è come Re Mida: tutto quello che tocca diventa oro. Anche perché glielo pagano cinque, sei, dieci, quattordici volte quanto glielo pagherebbero a Reggio Calabria, a Torino, a Milano. Alternative: all’occorrenza sa costruire strade, meglio se interpoderali. Non fallisce un finanziamento. Senza mai mezzo ritardo.

Lo sapesse qualche partito dell’ultrasinistra, che Michele Aiello dice di cercare lavoro, farebbe i manifesti della fortunata (si fa per dire) serie “anche i ricchi piangano”. La realtà però è che Aiello, 55 anni, nato e residente a Bagheria, si autodefinisce “in atto nullatenente e nullafacente”, ma è un ingegnere tuttora iscritto all’Ordine professionale – anche se dopo la sospensione legata all’arresto e alla custodia cautelare è stata presa in considerazione la possibilità di un procedimento disciplinare nei suoi confronti – e dunque potrebbe persino lavorare.

Ma non cerca solo lavoro. “Voglio essere aiutato e ci andrò di persona. Sì, andrò da Addiopizzo, alla Confcommercio, da Confindustria. Chiederò sostegno a loro. Oggi c’è un risveglio delle coscienze, lo vedo leggendo i giornali, perché non dovrebbero aiutare anche me?”. La visita ancora non è avvenuta, ma Salvo Caradonna, che di Addiopizzo è il legale, non apre la porta: “Per uno come Aiello non può esserci accoglienza alcuna. Non ce ne sono i presupposti. Non appare affatto vittima, ma semmai è complice dei boss, organico ai disegni di Cosa Nostra. Chiarisca prima, e bene, la propria posizione con gli inquirenti, ammetta i fatti, e dopo, forse, ne possiamo parlare”.

Aiello è scavato, emaciato come sempre. L’aria sofferente di quest’uomo alto uno e ottantacinque per ottanta chili scarsi, segaligno, magro, grigio nei capelli e nell’espressione del volto raramente sorridente, gli conferisce un certo pathos naturale. Nel senso che non capisci mai se hai di fronte dottor Jekyll o Mister Hyde. Chi lo accusa sostiene che hai davanti l’alter ego finanziario di Bernardo Provenzano. L’uomo che teneva una buona parte della cassa con i forzieri dello Zu Binu. E quando ce l’hai veramente di fronte, nello studio del suo legale, l’avvocato Sergio Monaco, per la prima intervista dopo la sua condanna, non è più il Michele Aiello che appariva spaesato in Tribunale, nel doppio ruolo che ha rivestito dal 2005 in poi: sul banco degli imputati al processo “Talpe”, sul banco della parte civile e dell’accusatore privato al processo contro il maresciallo dei carabinieri ed ex deputato regionale Udc Antonio Borzacchelli.

Oggi Aiello è un imprenditore condannato in primo grado a 14 anni, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla confisca del patrimonio da 400 milioni di euro. È pure un “prevenuto”, una persona cioè cui lo stesso patrimonio è stato sequestrato pure dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale: le sue cliniche, Villa Santa Teresa, il Centro San Gaetano, la società Atm, Alte Tecnologie medicali, la Stradedil (oggi Ati-Group), la Sud Conglomerati (Emar) sono in mano a un amministratore giudiziario. Aiello è stato condannato pure a pagare una provvisionale da venti milioni di euro all’Ausl 6. Ed è senza lavoro.

Fai fatica, nel vedere il suo elegante abito grigio, le sue scarpe di gran lusso, la sua camicia, la sua cravatta, a credere che sia veramente senza un euro, ma la situazione in cui versa l’ex manager è comunque tale da stendere un colosso: dal processo contro le Talpe in Procura, che qualcuno considerava una battaglia persa in partenza, per i pm del pool coordinato da Giuseppe Pignatone e per i carabinieri del colonnello Giammarco Sottili, l’ingegnere è uscito con le ossa rotte. E non solo lui. Dopo la condanna a cinque anni, è stato costretto alle dimissioni dalla carica di presidente della Regione un altro imputato eccellente: Totò Cuffaro. Un personaggio politico che, pur di non lasciare quel posto, si era ricandidato, nel 2006, a dibattimento in corso e ben sapendo quel che rischiava. Ma tanto, gli dicevano quelli del suo entourage, tanto ti assolvono, Totò, o perlomeno cade l’aggravante di mafia: e che sarà mai, avere passato informazioni segrete a un paio di mafiosi e a qualche altro indagato per mafia? Su un altro fronte le stesse cose le paventavano maitre-à-penser del giornalismo militante e magistrati, che per Cuffaro volevano contestazioni ben più gravi rispetto a quelle di favoreggiamento ipotizzate da Pignatone, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino, ma che – alla prova dei fatti – si sono rivelate superflue.

Lui, Aiello, invece, lui sapeva bene che gli sarebbe finita così: “Dal primo momento, l’avevo capito che era un processo segnato, perlomeno in primo grado. Segnato da voi giornalisti, dai libri, dagli articoli, dai pamphlet. Quattordici testi, ha portato il mio avvocato in aula. Quattordici. Volevate che uno come Aiello non pagasse il conto? E l’ho pagato. Ma in appello…”.

Dottor Jekyll o Mister Hyde è stempiato occhialuto dinoccolato. Sulla poltroncina della stanza delle riunioni dello studio Monaco si muove come fosse sulla graticola. E sulla graticola ci sta da quattro anni e mezzo, in realtà oltre cinque, perché (secondo l’accusa) aveva la capacità, certo non divinatoria, di sapere che erano in corso su di lui delicate indagini di mafia, partite nel 2002 con le accuse – segrete, segretissime – del pentito Nino Giuffrè. Aiello sapeva, sostiene l’accusa, e proprio per questo avrebbe attivato una rete di talpe, compulsando come informatori il proprio socio, Aldo Carcione, marescialli della Dia come Pippo Ciuro, del Ros come Giorgio Riolo, dei carabinieri come Antonio Borzacchelli. Uno che, pensate un po’, avrebbe fatto estorsioni nientedimeno che al volto pulito di Provenzano. Che fegato, che spregiudicatezza ignobile per la divisa che indossava, sostiene chi lo accusa. Che imputazioni folli, replica la difesa. E Aiello, che pure contro l’ex deputato è parte civile, è costretto a sposare questa tesi: “Mi faceva le estorsioni perché sapeva benissimo che non sono quello che dicono. Non sono il prestanome di Provenzano. Pago il pizzo, l’ho pagato, lo pagava mio padre. È questa, la mafia che ho conosciuto, anche se all’inizio della mia carriera mio padre mi copriva, mi proteggeva, mi evitava certi contatti. Trenta-quarant’anni fa non erano i tempi di oggi, nemmeno quindici-vent’anni fa era come adesso, adesso che c’è Addiopizzo. Allora o si pagava o si era costretti ad emigrare, a meno di non tirarsi una pistolettata. Mio padre aveva due figli, io ne ho quattro. E come si faceva, come si fa, ad andare via? Addiopizzo, sì, andrò da loro. Sono collegati con le forze dell’ordine, loro possono fare qualcosa. Perché non dovrebbero aiutare anche me?”.

Scusi, ma perché dovrebbero, ingegnere? Fra l’altro la accusano pure di avere passato, a Provenzano e all’altro superlatitante Matteo Messina Denaro, informazioni sulle ricerche e sulle indagini svolte nei loro confronti…

“Ma in appello ribalteremo tutto. Dimostrerò che il mio denaro è frutto di attività lecite, che la mafia con me non c’entra niente, che i miei soldi erano sudati. Sudati da mio padre, sudati da me”.

Cosa fa, oggi, ingegnere? Come vive, lei che era il contribuente più ricco di Sicilia, fino a qualche anno fa?

“Nulla. Non lavoro, non faccio niente tutto il giorno, tutte le mie aziende e le mie proprietà sono gestite da un amministratore giudiziario. Dopo avere lavorato una vita, per disposizione dei giudici non posso nemmeno passare dalla strada in cui si trovano le mie cliniche. Sono mantenuto da mia moglie, che insegna matematica in una scuola media di Bagheria”.

E prima del 5 novembre 2003, il giorno in cui cominciò la storia delle Talpe, con i vostri arresti, come viveva le sue giornate?

“Orario unico: dalle 6 del mattino alle 10 di sera, sabato mattina compreso. Mi riposavo il sabato pomeriggio e la domenica. Ogni domenica accompagnavo i miei figli a Messa. A loro dedicavo il poco tempo che avevo a disposizione. Sono quattro: il primo, Gaetano, si è laureato in Ingegneria; Salvatore ha conseguito la laurea di primo livello, sempre in Ingegneria, Dario è al secondo anno di Medicina. Teresa è la più piccola e frequenta il quinto ginnasio”.

Gaetano come suo padre e come il Centro San Gaetano…

“E Teresa come Villa Santa Teresa, le mie cliniche. Lo ammetto, non ho avuto molta fantasia”.

La Chiesa ha avuto un ruolo rilevante nella sua vita, non solo per la Messa domenicale.

“Le opere ecclesiastiche sono state tra le prime della mia vita professionale. Mi sono laureato a 23 anni, nel 1977, in Ingegneria civile, sezione Trasporti. Diventai in poco tempo tecnico di fiducia della Curia, a Palermo col cardinale Pappalardo, a Catania con Bommarito, a Enna, Piazza Armerina e Trapani. Cominciai a lavorare subito con mio padre, che aveva un’impresa fiduciaria della Cassa per il Mezzogiorno”.

Manco il militare fece? Raccomandato?

“No, non fui raccomandato. Andai in soprannumero e continuai a lavorare. Facevamo strade interpoderali e anni dopo scoprii che pagavamo sette milioni di pizzo per ciascun lavoro. Nel ’92, dopo la morte di papà, avvenuta per un tumore mal curato, continuai a pagare io, ma cominciai pure l’attività nel campo sanitario. Ho una sola sorella, che insegnava Geografia economica alle superiori. L’ho costretta a dimettersi dall’insegnamento e a lavorare con me. Era – ma lo è ancora, perché lei continua a stare nelle aziende, nonostante l’amministrazione giudiziaria – responsabile del personale. Quello che facevamo io e lei, da soli, oggi lo fanno in trenta. Trenta impiegati, con costi elevatissimi per le mie aziende. Se dovessi riprendermele, le società, cosa troverò? Per ora si stanno sfruttando i capitali che c’erano e andando avanti così si esaurirà tutto. Le aziende resistono perché ‘il truffatore Aiello’ aveva i soldi in banca. Mi auguro che si possano riprendere. L’amministratore giudiziario non rischia di suo, è questo il problema”.

Ma Andrea Dara è ritenuto un ottimo amministratore, anche perché ha ridotto i costi per la Regione, che ai tempi suoi, ingegnere, sborsava parecchio: secondo gli atti del processo, una prestazione che da lei si pagava 100, altrove costava sette.

“Guardi, da quattro anni le mie aziende perdono. Il tariffario dei rimborsi per le prestazioni sanitarie che eroghiamo e su cui ci si basa è infatti del 1997. Si risparmia come, dunque? Alle spalle di chi? Ancor oggi non si è trovato un sistema di misurazione dei costi accettato da tutti e valido per tutti: il nomenclatore nazionale non include infatti tutte le voci delle prestazioni ad altissima specializzazione, da noi offerte, quello regionale ancora non c’è. Tutti dicono che le mie cliniche erano care: ma in relazione a cosa? Qual è il loro punto di riferimento? E poi, lei parla della Regione: io dico che se qualcuno vuole un passaggio in triciclo è una cosa, se preferisce la Porsche è tutta un’altra storia. Secondo i nostri calcoli quelle tariffe erano congrue”.

Lei si è mai chiesto, da imprenditore, perché la Regione preferiva spendere 40 milioni di euro l’anno, anziché dotarsi di strutture proprie? Perché non si è ‘fatta una Porsche’, anziché farsi dare un passaggio da lei?

“Ma noi eravamo convenzionati, in un certo senso eravamo dunque ‘pubblici’”.

Sì, ma non può dire di essere stato maltrattato dalla Regione. Per discutere di quel famoso tariffario il presidente le mandava il deputato Udc Nino Dina. E poi, a parte i contatti telefonici diretti, vi incontraste, lei e Cuffaro, in un negozio di abbigliamento di Bagheria.

“Lo incontrai perché il governatore voleva consigliarmi di accettare uno schema di tariffe esaminate da una commissione, per evitare che io sospendessi le cure ai pazienti che ne avevano bisogno”.

Ci teneva proprio, Cuffaro, alle sue cliniche.

“Guardi, io il problema non me lo sono proprio posto. Gli unici interessi di Cuffaro per le mie cliniche erano quando portava familiari o conoscenti presso le mie strutture. Cosa che facevano tanti altri: è storia, ormai, che anche la segreteria dell’onorevole ds Lumia si era rivolta alle mie cliniche. E il vicepresidente dell’Ars Speziale, pure lui diessino, il sindaco di Trabia, pubblici amministratori, magistrati...”.

Ma le convenzioni con la Regione, per il territorio della provincia di Palermo, le avete ottenute anche grazie alla cessione alle sue aziende della società Ria. Che aveva tra i soci…

“I soci erano tanti: la sorella del dottore Angileri, medico che già lavorava presso di me, i dottori Orsini, Picciotto, Miceli, la dottoressa Chiarelli”.

Mimmo Miceli è il chirurgo – amico di Cuffaro – poi processato e condannato a otto anni per mafia, in un altro troncone della vicenda Talpe. E la dottoressa Giacoma Chiarelli…

“Che fosse la moglie del governatore l’ho scoperto soltanto dopo avere firmato quell’atto”.

Il 31 ottobre 2003, cinque giorni prima che la arrestassero, ci fu l’incontro da Bertini. È il punto più controverso di tutta la vicenda: perché, per parlare del tariffario, con Cuffaro non vi siete seduti nelle comodissime poltrone di Palazzo d’Orleans?

“Intanto non eravamo nel retrobottega del negozio, ma ci siamo incontrati nel salone, davanti a tutti. C’erano problemi urgenti da affrontare e poi il presidente veniva spesso a Bagheria…”.

Sì, ma quell’incontro – lo dicono le intercettazioni fatte dai carabinieri – fu organizzato con modalità strane, di presenza e non per telefono. Cuffaro arrivò in città dopo avere licenziato la scorta. E una volta lì, già che c’era, le disse pure che due dei suoi informatori, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, erano stati scoperti.

“Il presidente veniva da Roma e mi raccomandò di stare attento a Ciuro e Riolo: ‘Cerca di evitare di parlare al telefono’, mi disse. Non mi confidò invece che erano iscritti nel registro degli indagati, come sostiene l’accusa”.

Ma lei non si è chiesto come facesse Cuffaro a essere così informato di delicatissime indagini giudiziarie? Non la incuriosiva, sapere perché il presidente della Regione venisse poi a parlarne proprio con lei, che era direttamente interessato alla questione?

“Perché era mio amico. Per questo, me l’ha detto”.

Già, gli amici. Lei teme di più gli amici o i nemici?

“Temo l’ipocrisia. Temo chi si manifesta come amico e poi mi tradisce. Temo di più il finto amico che il nemico”.

E allora definisca alcuni dei protagonisti di questa vicenda. Partiamo da Aldo Carcione.

“È mio cugino, il mio socio; con me si è comportato sempre bene. L’iniziativa della Diagnostica è partita da lui, negli anni ‘90”.

Ha preso quattro anni e mezzo, nel processo. Giuseppe Ciuro, Giorgio Riolo, Antonio Borzacchelli. Amici o nemici?

“Sono tre persone che si sono presentate come amiche e disinteressate, ma in realtà volevano solo ottenere benefici e poi è andata a finire come sappiamo”.

Quattro anni e otto mesi Ciuro, che ha scelto l’abbreviato, sette Riolo, richiesta di tredici anni per Borzacchelli, processato a parte.

“Amici non lo sono, nemici nemmeno. Profittatori, direi. Hanno approfittato della mia buona fede per estorcermi denaro e ora mi ritrovo in questa situazione”.

Però, ingegnere, è andato lei a cercarle, queste persone…

“Io ho commesso non un errore, ma tanti, in tutta questa storia. Prenda ad esempio Borzacchelli. Aveva una tattica tutta sua: si presentava come persona indispensabile per risolvere problemi che egli stesso si inventava, veniva a riferire e a risolvere. Lo faceva per estorcermi denaro”.

Scusi, però è facile dire: se lei avesse avuto la coscienza a posto, lo avrebbe denunciato e mandato a quel paese…

“Lui approfittava del mio stato d’animo, delle preoccupazioni che possono sorgere quando uno apprende di essere indagato”.

Ma lei non si è insospettito, di questo bravo ma modesto maresciallo dei carabinieri, che aveva conoscenze e frequentazioni tra le persone altolocate, su cui doveva indagare o su cui aveva già svolto complesse inchieste?

“Io non sapevo che si occupasse di pubblica amministrazione e che dovesse indagare sui politici. Quando poi è diventato deputato regionale ha cominciato a pretendere e a minacciare, dicendo che se non avesse ottenuto quel che chiedeva, mi avrebbe rovinato. E a un certo punto è stato imitato da Ciuro e Riolo”.

Insisto: se lei aveva problemi giudiziari, le mancavano avvocati che legittimamente potessero chiedere notizie ufficiali, concordare un suo eventuale interrogatorio, prepararle memorie difensive? Perché rivolgersi a quelli che lei stesso ora chiama profittatori?

“Con Ciuro e Riolo tutto nacque per proteggersi da Borzacchelli. I due marescialli dovevano fare di tutto per evitare che il loro collega potesse raggiungere i propri obiettivi: rovinarmi perché non aveva ottenuto quel che voleva”.

E invece…

“Ciuro si immischiava nelle vicende della clinica e in realtà non dava informazioni utili. Lo stesso Riolo ammetterà, in uno dei rari momenti di lucidità, dopo gli arresti, di avermi raggirato: ‘Mi sono sostituito a Borzacchelli, ho fatto di peggio…’. Io sono stato truffato da questi signori”.

Ciuro però le faceva da sponda con altri ambienti. Lui era un investigatore dell’antimafia, indagava su Dell’Utri e Berlusconi, sembrava al di sopra di ogni sospetto…

“Sì, ma per me questa sua immagine di investigatore vicino a magistrati che, come Antonio Ingroia, come Domenico Gozzo, erano i pupilli del procuratore Caselli, era una garanzia ulteriore. Ciuro mi presentava magistrati e ad alcuni ho fatto lavori a casa: i dottori Giudici, Di Pisa e Ingroia”.

Sono fatti noti. Non le è venuto mai in mente che il suo amico spendesse quei nomi, che le presentasse quelle persone per farsi bello ai suoi occhi?

“Francamente no. Io vedevo che lui era molto legato al dottore Ingroia, che mi girava le sue richieste, ad esempio per vendere a Bagheria le arance prodotte nei terreni di Calatafimi del papà del magistrato, per il quale proprio a Calatafimi stavo effettuando una ristrutturazione”.

Storia nota. Come la vicenda della cena a Villa Boscogrande.

“Io ero stato invitato dai titolari della villa, in particolare da Rosario Correnti, un chimico, ottimo prelevatore: lavora a Villa Sofia e poi gestisce, o gestiva Villa Boscogrande. Non posso stabilire con precisione la data, credo si tratti di cinque-sei anni fa. Eravamo Correnti, io, Ciuro, Carcione, il dottore Ingroia, il vicequestore Giacomo Venezia, l’allora manager dell’Ausl 6 Giancarlo Manenti. Alla cena doveva esserci pure Cuffaro”.

Cuffaro?

“Sì, ma non arrivò mai. Anche lui era stato invitato da Correnti. Certi argomenti il pubblico ministero non li ha approfonditi”.

Lo faccia lei.

“Io ero tra gli invitati. Non so altro”.

Riprendiamo l’elenco dei protagonisti. Cuffaro cos’è stato, per lei: amico, nemico, altro?

“No, Cuffaro è mio amico, fondamentalmente. Io l’ho conosciuto come radiologo…”.

Andiamo, ingegnere, non siamo al processo. Radiologo Cuffaro? Come si dice: di nome, ma nella realtà…

“Lo so bene che non l’ha mai fatto, il radiologo. Però io parto da mio cugino Carcione, docente dell’Istituto, al Policlinico, e così mi ricordo di tre aspiranti radiologi degli anni ’80: Cuffaro, Dina e Bruno”.

Bruno è Antonino, amico di Cuffaro e oggi manager dell’ospedale di Villa Sofia.

“Conobbi cioè Cuffaro come medico che si stava specializzando in Radiologia: questo è un ricordo vago, però. Poi lo rividi nel ’95-’96 con Borzacchelli”.

Ancora lui. Il maresciallo e il politico.

“Ma non era l’unico politico che conosceva: Borzacchelli era estremamente enigmatico però non dava da pensare, anche perché la moglie lavorava all’Assemblea regionale, nel gruppo ex Dc”.

E poi c’è Bernardo Provenzano. Non le chiedo se lo ha mai conosciuto o ci ha fatto affari, come sostiene la Procura. Lo ha sempre negato, non credo che lo direbbe proprio a un giornalista.

“Guardi che mi alzo e me ne vado. Per me Provenzano è il peggiore essere di cui io abbia sentito parlare”.

Però dicono che eravate soci.

“Ma in quali affari della mafia hanno trovato il mio nome? Hanno solo due pizzini: uno che aveva con sé Totò Riina al momento della cattura, l’altro che si riferisce ad alcuni lavori in provincia di Enna. L’unica cosa che si capisce è che io pagavo il pizzo”.

L’accusa sostiene invece che sono la conferma della sua particolare vicinanza a Provenzano. Ma le ripeto che qui non dobbiamo rifare il processo. Piuttosto, ingegnere: la mafia è tornata a sparare; lei si sente in pericolo, oggi?

“Io pagavo il pizzo. Ero nel mirino in quanto imprenditore che muoveva denaro. Oggi non svolgo attività alcuna e ritengo di non correre rischi”.

Riolo sostiene di averle dato informazioni sulle ricerche dei latitanti, tra i quali c’era lo stesso Provenzano. E la Procura sostiene che lei le girava ai diretti interessati.

“Sono cose che il maresciallo del Ros ha detto sotto effetto di psicofarmaci: se l’è inventate. Riferiva solo notizie su fatti già avvenuti, bruciati, ad esempio una microspia piazzata nella macchina del figlio del boss Eucaliptus…”.

Poi individuata ed eliminata dall’interessato…

“Sì, ma io lo seppi soltanto dopo che era stata ritrovata. Guardi, mi dicevano una serie infinita di balle e millanterie, Riolo e Borzacchelli: erano i due compari. Una volta mi portarono a vedere la telecamera che avrebbe controllato i miei dipendenti Francesco e Paola Mesi, in funzione della ricerca di Matteo Messina Denaro…”.

Quindi qualcosa gliela diceva, Riolo.

“Ma erano solo notizie fasulle. La telecamera era stata tolta sei mesi prima, rispetto al momento in cui mi portarono in corso Baldassare Scaduto a vederla”.

I fratelli Mesi avevano una terza sorella, Maria, già fidanzata e condannata per favoreggiamento del latitante di Castelvetrano, anche se poi la Cassazione la assolse.

“E anche Francesco Mesi fu coinvolto in quell’indagine e poi si dimise dalle mie aziende. Borzacchelli aveva sempre lo stesso obiettivo: creare un problema inesistente e presentarsi come colui che poteva risolverlo. In quell’occasione voleva che licenziassi Paola Mesi. Cosa che non feci”.

Ma lei dunque si ritiene un capro espiatorio?

“Non proprio. Però ho capito subito che sono stato vittima di una guerra interna alla Procura, perché io ero amico di Ciuro. Mi sembrò dunque che una parte dei magistrati di quell’ufficio volessero screditare Ingroia e gli altri pm cosiddetti ‘caselliani’, come Gozzo, la cui collaboratrice, Antonella Buttitta, era pure coinvolta nella vicenda”.

È stata assolta quasi del tutto, però, la Buttitta: le hanno dato solo sei mesi. Quindi l’indagine Talpe, in cui è emerso che Ciuro aveva messo su, per suo conto, una rete di telefonini riservati, che lui e Riolo le davano informazioni su inchieste segrete, che una parte l’aveva anche il presidente della Regione, sarebbe stata allestita per consumare una guerra interna alla Procura?

“Era quello che pensai io dopo gli arresti”.

Però Ingroia e Gozzo non sono stati nemmeno sfiorati da sospetti: i veleni hanno riguardato altri, ma i magistrati titolari del procedimento hanno sempre escluso che loro colleghi fossero coinvolti. Tant’è vero che il processo, così come richiesto dai pm, è rimasto a Palermo e non è stato spostato a Caltanissetta, come sarebbe avvenuto se fossero stati coinvolti magistrati del capoluogo. E poi lei stesso, parlando della cena a Villa Boscogrande e delle arance, ha detto che i magistrati dell’accusa non hanno voluto approfondire certi temi, scomodi per i loro colleghi. È un po’ contraddittorio, quanto lei dice.

“La verità è che il processo era condizionato in partenza, era a senso unico, non c’era speranza sin dall’inizio, per me. Non mi ha stupito, il fatto di essere stato condannato. È stato un processo mediatico, la sentenza era già scritta dai giornalisti, da inchieste, trasmissioni televisive e Dvd”.

Sì, ma le questioni principali e gli approfondimenti giornalistici riguardavano soprattutto l’imputato più noto, Totò Cuffaro. È su di lui che si sono appuntate polemiche e anche le divisioni più importanti tra i magistrati, ad esempio sulle contestazioni da muovergli. Su di lei non ci sono mai state spaccature: credo che sulla sua colpevolezza i rappresentanti dell’accusa abbiano raggiunto l’unanimità di vedute.

“Però ero io, ad essere costantemente nell’occhio del ciclone. Aiello ha fatto questo, Aiello faceva costare le prestazioni 14 volte il dovuto, Aiello aveva e dava notizie segrete. La realtà è che io pago per cose che non esistono. Non esistono proprio i fatti, non è che sono stato beccato io anziché un altro: è il fatto contestato, che non sussiste. È stato un processo indiziario, nessuna prova si è formata …”.

E quindi lei non ha commesso nemmeno un errore. Hanno sbagliato tutti: pm, giudici, giornalisti, avvocati…

“Non è così. Errori ne ho fatti tanti. Ma l’unico vero problema, in tutta questa storia, è quello della mafia. Se un imprenditore riesce a scrollarselo di dosso e se riesce a utilizzare gli strumenti leciti, può lavorare anche qui in Sicilia. Ecco perché è importante il risveglio delle coscienze propugnato da associazioni come Addiopizzo…”.

Ancora loro.

“Se l’imprenditore viene sostenuto e tutelato, questo risveglio può essere la soluzione del problema. Io non credo invece nelle organizzazioni e nei sistemi adottati da Confindustria, che non hanno il controllo del territorio. Per quello ci vogliono soprattutto le forze dell’ordine”.

Senta, ma visto che lei è così pessimista, ha o aveva mai pensato di abbandonare tutto, di mollare e di andare via dalla Sicilia?

“Più di una volta. Tante volte ho pensato di andare in un’altra regione, ma alternative vere non ce n’erano. O si sottostà alle regole dell’imposizione mafiosa oppure si deve rinunciare all’attività imprenditoriale”.

Oppure si poteva denunciare.

“Ma io non sono un eroe. C’è stato chi ha sacrificato la propria vita, ma io ho quattro figli, una moglie, le aziende, i dipendenti. Ho pagato il pizzo in silenzio, fino al 2002, dopo che mio padre aveva fatto altrettanto, per molti anni, venendo persino rapito e costretto a firmare contratti su situazioni e società inesistenti. Non erano tempi in cui si poteva denunciare”.

E oggi sì?

“Oggi c’è Addiopizzo”.

di Riccardo Arena