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Ammissione a Medicina

Due ore per giocarsi il futuro


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1906 candidati per 279 posti, 80 domande, massimo due ore di tempo,  un risultato che vale una vita. Ragazzi palermitani pronti a tutto: carte false, raccomandazioni e giochetti sporchi ovviamente inclusi. Ogni anno ad inizio settembre i test d’ammissione alle facoltà di medicina e chirurgia sono i più attesi e anche i più delicati. Persone che sognano di trovare la cura per il cancro o più semplicemente di far del bene al prossimo? Elucubrazioni mentali da eccesso di telefilm come ER o Dottor House? Forse, anche, ma la verità è forse più sottile e, ahimè, più veniale: se riesci ad entrare in medicina e laurearti, il tempo medio per trovare un posto di lavoro non supera i sei mesi. In parole povere, una assicurazione sul futuro. Basti pensare che lo stipendio medio di uno specializzando, che come la parola stessa dice è lì per apprendere e per imparare ma ancora non può, ad esempio, incidere col bisturi, è di circa 1900 euro al mese. In tempi di magra come questi, un’enormità. Non è difficile capire quindi perché migliaia di persone, com’è successo oggi, si riversano ogni anno per provare questa strada. E c’è chi è pronto a tutto, come farsi raccomandare da genitori, parenti o amici influenti passando dal più semplice copiare. Insomma, gli aspiranti medici che oggi hanno invaso fino alle 11 (orario di inizio del testo) l’edificio 19 in viale delle Scienze di certo non si facevano scrupoli nel tentare il grande colpo. “Se avessi un padre potente, perché no?”, dice tranquillamente Miriam, appena diplomata con 100/100 in un istituto Scientifico in provincia di Messina. Facce tese, da notte insonni, occhi pieni di residui di ore e ore estive trascorse sui libri. Tensione ovviamente alle stelle. Ad accompagnare la maggior parte degli studenti c’erano genitori e parenti ansiosi come e più dei figli. Una signora, proveniente dalla provincia di Caltanisetta, improvvisamente tira fuori accessori portafortuna da far impallidire un napoletano: corni, amuleti, santini. Ci sono anche volti rilassati, da veri e proprio kamikaze: “Non ho fatto niente per tutta l’estate - dice Alessia, classe 1989 - ma sono pronta. Sono molto fortunata solitamente, chissà. In fondo è solo un metter crocette qua e là”.  

Più che altro, capisci che nell’aria c’è una sorta di beffarda rassegnazione: la maggior parte degli studenti pensano che almeno il 70% dei posti sia già assegnato al “figlio di…”. “Questa è la terza volta che provo l’esame - dice Mati, studentessa attualmente iscritta in biologia - e ogni volta era la solita storia: apertura delle scatole prima della chiusura delle porte, continuo via vai di gente, controlli inesistenti, gente che copiava, fogli volanti passati. E tutti sanno di queste irregolarità, sono troppo palesi. In cuor mio so che nemmeno questa sarà la volta buona”.  Per buon conto, carabinieri e persino militari sono presenti per dare quantomeno l’illusione che tutto andrà per il verso giusto e che la meritocrazia trionferà.
Poco dopo le 11, dopo gli auguri del preside della facoltà di medicina Elio Cardinale e svolte le laboriose operazioni di riconoscimento (niente ordine alfabetico ma cronologico per evitare aiuti “parentali”, con gemelli divisi per classe) il via al test: ottanta domande, la maggior parte di matematica, fisica, biologia, chimica ma anche di logica e cultura generale. “Quand’è entrata in vigore la costituzione?”,  “Chi ha dipinto i Girasoli?”, un passo di “Se questo è un uomo” di Primo Levi da analizzare.
Militari e carabinieri stanno nei corridoi, ma dentro le aule i controlli non sono esattamente severi. “Ho copiato senza alcun problema - dice Arianna, capelli biondi e occhi verdi classe 1988 - ci hanno fatto togliere le borse all’ingresso, per il resto, a parte le identificazioni, non mi sono sembrati affatto duri”. Qualcuno sussurra il solito ‘due pesi e due misure’: “Ho chiesto alla mia vicina di banco un fazzoletto - dice Alessandro - e subito mi hanno fatto alzare e spostare subito di posto. C’era gente che guardava pure i libri ed erano lasciati liberi di fare…”. Alle 13 il test finisce, tutti a casa: c’è chi piange, c’è chi non ha nemmeno la forza per parlare, pochi sembrano soddisfatti. Per più di 1600 di loro il camice bianco, o il bastone del dottor House, rimarrà solo un sogno.

di Luigi Ansaloni