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Il dramma dell'emigrazione
nel film "La terramadre"
L'intervista al regista


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Partire o restare? Esiste una terra promessa dove realizzarsi, al di là della amata ma desolante terra madre? E’ questo il dramma di ogni emigrante, ora raccontato nel film “La terramadre”, del regista siciliano Nello La Marca. Girato interamente da attori non professionisti nel territorio di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, il film sarà proiettato oggi a Cinisi all’interno della rassegna “Libero cinema in libera terra”. Legato a un progetto produttivo di un fondo europeo per la cinematografia, il film è stato presentato al 58° festival del cinema di Berlino.

Come è nata l’idea del film?
“Per me era importante recuperare una linea del cinema italiano interrotta tanto tempo fa e che si rifaceva a quella de ‘La terra trema’ di Luchino Visconti, in cui il cinema piuttosto che imporre un suo immaginario, lo scopre tra la gente, partendo da un rapporto prioritario con il territorio. Ammiro anche Gianni Amelio che ha dimostrato come parlare di una realtà regionale sia l’unico modo per raccontare l’universale”.

Per farlo avete scelto come set un paese della provincia di Agrigento, Palma di Montechiaro.
“Siamo andati a Palma senza neanche una sceneggiatura. Abbiamo lavorato per molto tempo sul territorio, raccogliendo le storie che i palmesi ci raccontavano, facendo un’operazione di recupero dell’immaginario collettivo palmese. Da queste storie, dalla frequentazione intensa con il territorio, è nata una sceneggiatura frutto della creatività degli autori coinvolti, ma nata da un’operazione lunga e collettiva”.

“Come è stato girare con attori non professionisti?”
“In un certo senso siamo stati obbligati a farlo, perché volevamo che il territorio si raccontasse soprattutto attraverso coloro i quali lo vivono. Un’esperienza straordinaria, che non si sarebbe potuta fare con attori che non avessero consapevolezza e vissuto del luogo. Gli attori non professionisti pur non raccontando la loro storia personale ci hanno dato modo di raccontare, attraverso loro, storie che conoscevano bene”.

Al centro del racconto i due personaggi Gaetano e Alì, uno siciliano, l’altro un immigrato clandestino in fuga verso un altrove. Sullo sfondo, il paese siciliano di Palma di Montechiaro famoso per la storia del Gattopardo ma anche simbolo del sottosviluppo del Meridione. Come si uniscono queste due esigenze, quella del racconto e quella della storia dei due personaggi?
“Palma ha questa tragica dualità identitaria. E’ conosciuta per essere il luogo da cui trae origine la famiglia di Tomasi di Lampedusa però in realtà è stata per tanto tempo non solo il simbolo ma anche il luogo concreto dove il sottosviluppo del Meridione ha toccato punti tragicamente alti. E questo gap iniziale con cui socialmente Palma ha cominciato a scrivere la sua storia moderna e contemporanea arriva fino ai giorni nostri. I problemi legati allo sviluppo e al lavoro esistono ancora e si sovrappongono a quelli nuovi, del mondo globalizzato, in cui chi è meno forte deve arrancare, forse più che prima”.

Entrambi i personaggi sono in fuga verso un altrove…
“L’emigrazione diventa sintomo e soluzione dei problemi del sottosviluppo. Ma adesso, per la sua conformazione del territorio, Palma è anche luogo di sbarco dei migranti clandestini. Pertanto è stata fortissima la tentazione di raccontare un’emigrazione a due facce: con i palmesi che emigrano e quelli che accolgono migranti che arrivano da un altro luogo. Secondo me l’emigrazione è il simbolo dei nostri tempi. Tutti abbiamo difficoltà a progettare il nostro futuro, ad avere anche l’illusione di un progetto, e il migrante è la metafora concreta di questo tipo di realtà che Marc Augè ha definito della surmodernità, un mondo complesso che però ha costretto i suoi abitanti a non potere più avere un futuro da progettare”.

Marc Augè ha parlato anche di non luoghi, di un altrove immaginario e qui si inserisce “La terramadre”, una terra che è sia madre che matrigna per entrambi i personaggi. E’ un destino fatale al quale non si può sfuggire?
“Il film cerca di interrogarsi sul misterioso legame con la propria terra. E’ molto difficile stabilire cosa sia, non dò risposte esplicite nel film, ma quello che ho percepito è proprio la presenza di questo legame misterioso raccontato dal protagonista. Il clandestino è stato espulso dalla sua terra, è orfano, mentre un altro dei protagonisti ha deciso di ripudiare una terra che per lui è stata matrigna. Il gioco drammaturgico del film lavora su questo triplice rapporto con la terra, contraddittorio”.

Il film ha rappresentato l’Italia nella sezione Forum al 58° festival del cinema di Berlino, adesso sarà proiettato a Cinisi l’11 settembre nell’ambito della rassegna ‘Libero cinema in libera terra’, incentrata su un volto particolare del Sud, attraverso una serie di film di denuncia.
“La sezione forum di Berlino è quella del cinema innovativo e questo ci ha riempito d’orgoglio perché abbiamo avuto la possibilità di essere considerati innovativi. Proprio a Berlino mi hanno chiesto perché un siciliano fa cinema, una domanda che all’inizio mi è sembrata un po’ stupida ma che mi ha fatto interrogare. Quando faccio cinema mi sento meno solo e La terramadre racconta la solitudine di chi vive un determinato territorio. Dall’Illuminismo in poi l’Occidente è sempre riuscito a creare momenti storici di forte aggregazione tesi a cambiar la storia, ma oggi questo manca. Io stesso sento di avere poche possibilità di incidere sulla mia storia o di farlo insieme ad altri. Questo elemento di solitudine, di cui ho dotato molto i miei personaggi del film, è uno dei drammi moderni che senza dubbio mi spinge a far cinema. Il cinema è un’operazione collettiva e quando si fa un film ci si sente meno soli. Così come ci si sente meno soli quando si è insieme a tanti altri che sentono la drammaticità del problema mafia e di tutte le oppressioni che gravano sul territorio”.