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Teatro sperimentale

"Mutu": in scena
il silenzio della mafia


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"Chi non ubbidisce agli ordini deve morire", dice Rosario al fratello, Salvuccio. Rosario è un killer della mafia, spietato, ma nasconde un segreto, che da giorni lo costringe a barricarsi in casa.

Quel segreto imbarazzante si fa vivo, dopo oltre dieci anni di assenza e di silenzi assordanti, alla sua porta. E' il fratello, Salvuccio, giovane sacerdote in missione in Africa, l'esatto opposto suo. Uno è sacerdote, l'altro mafioso. Ciascuno interpreta però a suo modo la legge morale.
E' da questo dualismo che parte "Mutu", lo spettacolo di Lauro Versari con Aldo Rapè e Nicola Vero. Realizzata in collaborazione con l'associazione "Quarta parete" e il centro di accoglienza "Padre nostro", la rappresentazione è stata pensata per una messa in scena diversa da quella degli spazi e delle quinte teatrali. Non esiste un palco, ma gli attori si muovono in un appartamento, sullo stesso piano degli spettatori. Non a caso, oltre che a girare per le scuole, l'evento viene messo in scena in tutte le case dei privati che possano mettere a disposizione almeno uno spazio di 5 metri x 10. "La storia si svolge all'interno di una casa semivuota, precaria, apparentemente temporanea, una gabbia, in una dimensione che rasenta la claustrofobia", ha spiegato il regista Lauro Versari nelle sue note di regia. Al centro i due fratelli, uno rinchiuso nel severo abito talare, nero, l'altro disordinato, con dei pantaloni bianchi. I due colori però si invertono nel corso dello spettacolo quando ciascuno dei due prova a liberarsi delle gabbie entro le quali ha rinchiuso le proprie angosce.
"Papà diceva che io da piccolo rimanevo incantato di fronte alle cosce delle ballerine in televisione – dice Rosario al fratello, per ribadire le differenze tra i due – e a te per non farti piangere, ti portavano in chiesa, l'unico posto dove riuscivi a restare in silenzio, tranquillo".
E' un faccia a faccia serrato quello tra i due fratelli, rimandato per troppo tempo e separato da due abissi: ciascuno ha seguito la propria vocazione, uno votando a Dio la propria esistenza, l'altro giurando sui santini la propria fedeltà. Entrambi sono sotto gli occhi dello stesso Dio, entrambi sono stati muti per anni, per fame, per necessità e per strazio. Fino a quando, tra un'aria della Tosca, i resti di una cena, un carillon dell'infanzia e una pistola, la voce della coscienza non si fa strada, e il dramma squarcia le distanze, finora incolmabili, tra i due. "I parrini sono buoni solo a ad urlare, mangiari, futturi e futtirisinni…che cosa avete di diverso da quelli come noi?" – urla Rosario al fratello – "Noi non abbiamo mai ammazzato nessuno", ribatte Salvuccio. "Perchè li seppellite vivi" è la risposta di Rosario. Ma a un certo punto, la verità, atroce, si rivela ai due. Rosario è uno dei killer di Don Pino Puglisi, e confessa al fratello di essere entrato in crisi allora: "mi ha guardato e mi ha detto 'vi stavo aspettando', ha sorriso ed ho sparato…..e lì, Salvù, in quel momento sono morto pure io….con quel sorriso…..è lui che mi ha sparato…..e non è stato mutu…no….lui ha parlato, davanti alla morte lui ha sorriso ed ha parlato…..e sono diventato pazzo". Ma la "missione" scellerata di Rosario deve proseguire, ed è questo il motivo per cui sceglie di rinchiudersi in casa, assalito dai dubbi, fino al colpo di scena finale...
"Volevamo raccontare la mafia senza cadere nella retorica, nel banale, descrivendola non come un'entità astratta ma attraverso l'umanità di due fratelli cosi diversi", spiega Nicola Vero, che interpreta il fratello sacerdote. Dopo aver fatto tappa in Sicilia lo spettacolo andrà in tournee in Puglia, a Roma, Napoli e Milano, per poi tornare a Palermo, il 29 gennaio al centro "Padre nostro". A essere coinvolte anche le scuole medie e superiori, ma anche gli atenei, dove ci saranno matinèè di "Mutu". Per informazioni sullo spettacolo è possibile visitare il sito http://www.primaquinta.it.