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Addio al “vecchietto in bici”


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Orazio pedalava dritto, anche se la strada era storta e svoltava. Pedalava – senza infingimenti né scarti - dietro al suo destino o alle calcagna di una inguaribile nostalgia. Chi può dire il motivo? Eppure qualcuno giura di avere conosciuto il suo segreto, la forza motrice che lo spingeva a pigiare forte le leve della sua bici: la cicatrice di una delusione d'amore.

Orazio lo conoscevano tutti in città – scrive oggi “La Sicilia” -. Pedalava ogni giorno, sotto la canicola o tra i morsi del gelo. Partiva da Nicolosi, con la sua fidata “due ruote”, mentre già albeggiava. Non cambiava strada. Mai. Arrivava all'ombra del Liotru, nel cuore di Catania, e tornava fino a Nicolosi. Prima del sonno, si sfamava con un pezzo di pane e qualche acino d'uva. Orazio Di Grazia aveva 85 anni. Aveva anche un soprannome. A Catania, lo chiamavano “il vecchietto in bici”. E' morto confortato dall'assistenza di un familiare. A chi gli chiedeva perché, “il vecchietto in bici” rispondeva con semplicità: “La bici è la mia libertà. Nessuno mi può capire. La bici, la strada, il cielo, il vento. Il resto non conta”.
Forse c'era una penitenza da scontare alle spalle di questa dolce fatica di Sisifo. Si narra di una ragazza di sedici anni, tanto tempo fa. Di un amore infelice concluso col suicidio dell'amata. Chissà. Forse, però, non sarebbe nemmeno giusto andare a ritroso sulla strada di una vita, passata in braccio alla bici. In compagnia del vento.