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Lo sfogo di Crosta

Parentopoli? Macchè...
“I miei figli penalizzati”


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Chiamarsi Crosta, in Sicilia, può essere un problema. L’Isola diventa il teatro di una storia di “parentopoli al contrario”, dove avere il papà potente è uno svantaggio, piuttosto che un “lasciapassare” lungo le gerarchie della burocrazia siciliana. Il papà in questione è Felice Crosta, Presidente dell’Agenzia regionale per l’ acqua e i rifiuti, un passato con altri incarichi di prestigio nella pubblica amministrazione, e uno stipendio che ha fatto spesso discutere, suscitando critiche e dubbi: “Tanto per chiarire – dice Crosta – quelle cifre di cui tutti parlano non sono affatto vere. Magari lo fossero.

E poi, perché nessuno scrive che da quando sono stato nominato presidente dell’Arra, il mio stipendio è stato dimezzato?”. Scritto. Ma il problema, per Felice Crosta, è un altro. Ed esce fuori quasi per caso, quasi fosse uno sfogo, una denuncia impetuosa.  “Io non voglio passare per una vittima, ci mancherebbe altro”, esordisce, “Però…”. Il sassolino da togliersi non riguarda la sua carriera, i suoi incarichi, la sua posizione. O se riguarda tutto ciò, lo fa solo di riflesso. Il problema sono i suoi figli. Tre figli: un maschio e due femmine.  “In Sicilia, oggi – spiega - è in corso una vera e propria ‘caccia alle streghe’. Figuriamoci che sono stato attaccato perché uno dei miei figli, dopo aver lavorato a Roma per tre anni in un importante istituto di ricerca, è stato assunto a tempo determinato in una banca. Il ragazzo è stato ‘marchiato’ solo perché si chiama Crosta”. Una “Parentopoli rovesciata”, dove il “figlio di papà” rischia di rimanere a spasso. “Non è giusto – aggiunge - che a un giovane non venga offerta la possibilità di far vedere quanto vale solo perché ha un papà che ha fatto carriera. E ancora più grave è che, quando questo ragazzo riesce a ottenere la fiducia di qualcuno e un incarico, si gridi allo scandalo e lo si consideri un ‘appestato’”. Un figlio che ha difficoltà a trovare un lavoro. Se un indizio certamente non fa una prova, due indizi forse rendono il quadro un po’ più chiaro: “Io ho anche una figlia – racconta Crosta - che fa il medico. È specializzata in oncologia e ha anche un dottorato di ricerca. Ma è in cerca di lavoro. E anche nel suo caso, quando ha ricevuto un incarico di sei mesi, qualche sindacalista l’ha additata”. Insomma, vita dura per i figli di Felice Crosta, che per “salvarsi” dagli sguardi indiscreti di chi vede in loro dei semplici “raccomandati”, devono rifugiarsi nella professione privata: “L’altra mia figlia fa l’avvocato. S’è messa in proprio. E lavora bene. Fortunatamente, in quel caso, il mio nome non è stato un problema”. Se Felice Crosta non vuol passare come vittima, certamente dalle sue parole traspare una certa infelicità. Un’infelicità che profuma di malinconia, quando chiude: “Negli anni in cui ho cominciato a lavorare io, per fortuna, il mio nome non è stato un ostacolo e sono riuscito ad avere grandi soddisfazioni.  Quella era un Sicilia dove ciò poteva accadere”. Una Sicilia dove chiamarsi Crosta non era ancora un problema.