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Regione, 50° anniversario
della presidenza
di Silvio Milazzo


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Cassa del Mezzogiorno, Domenico La Cavera, francesco parisi, Gabriella Portalone, presidenza della regione, raffaele lombardo, regionesicilia, Silvio Milazzo, Cultura e Spettacolo, Politica
Si è svolto presso la Sala Gialla di Palazzo dei Normanni un convegno dedicato al 50° anniversario della Presidenza della Regione di Silvio Milazzo. Il politico calatino diede vita ad un Governo inu-suale fino all’ottobre del 1958, la DC era stata messa all’opposizione, e per la prima volta un vasto arco parlamentare dava vita all’alleanza tra le destre e le sinistre: missini e monarchici, socialisti e comunisti, insieme ad alcuni dissidenti democristiani.

Tra i relatori c’erano anche alcuni protagonisti di quella che fu definita l’operazione Milazzo: il sen. Ludovico Corrao, l’ing. Domenico La Cavera, gli ex presidenti della Regione Mario Fasino e Mario D’Aquisto, il sen. Francesco Parisi, la prof. Gabriella Portalone e due delle tre figlie di Milazzo, Mariella e Silvia. Ad aprire i lavori non poteva che essere il Presidente della Regione on. Raffaele Lombardo. “Milazzo è un personaggio straordinario. È una verità storica che va ripristinata perché attorno all’esperienza Milazzo sono stati dati solo giudizi critici. – ha detto il presidente della Regione Raffaele Lombardo – Fu un esperimento ardito che contestò il modello di sviluppo economico che si andava affermando con la Cassa del Mezzogiorno, l’industria petrolchimica, la dura opposizione che fece a Fanfani, poi Milazzo si trovò solo in questa battaglia impari”. “Siamo alla vigilia di una stagione nuova, ma se quell’esperienza autonomistica fosse continuata cosa sarebbe successo”? ha concluso con questa domanda la prima parte dell’intervento l’on. Lombardo. La storica Gabriella Portalone ha invece fatto una ricostruzione della figura di Milazzo e del contesto politico nazionale e regionale in cui in-serì quella sua esperienza, il dopoguerra, la voglia di rilancio e il sogno di portare la Sicilia tra gli altri Stati, ricordando come “Milazzo non fu un arrampicatore sociale – ha proseguito la prof. Porta-lone – come fu definito, ma un uomo che amava la Sicilia e non voleva nient’altro che l’applicazione dello Statuto autonomistico, così come riconosciuto dalla Costituzione”. Anche l’ex senatore e assessore regionale Francesco Parisi ha ricordato la figura umana di Milazzo, “che con-dusse battaglie importanti” e il suo interloquire affascinante. I toni si sono fatti più appassionati con le riflessioni del sen. Ludovico Corrao, il quale oltre ad aver presente i principi a cui si richiamava l’Unione Siciliana Cristiano Sociale, e cioè ai principi dei cristiano-sociali di Rossetti e La Pira” si è soffermato sul fatto che “quelle intuizioni di Milazzo ritornano” e per questo “bisogna considerare i valori della Sicilia, le fonti della nostra cultura che animano i Paesi del bacino del Mediterraneo, riaffermando di nuovo la centralità della Sicilia, in cui lo spirito e l’anima siano valori nuovi di li-bertà”. L’ex presidente D’Aquisto ha detto come fosse necessario distinguere l’esperienza Milazzo, nonostante sia data giudicata negativamente perché non venne operato il rilancio della Sicilia così come presupposto, di come la sua passione non sempre trovava il giusto riscontro nell’azione go-vernativa sviluppata, dall’eresia milazziana, perché Milazzo sfidò le leggi della politica unendo for-ze politiche ideologicamente contrapposte, per cui quando ci si chiede se è possibile questa unità per il rilancio della Sicilia, è una domanda senza risposta”. Ma si è parlato anche dell’industrializzazione e della necessità che aveva la Sicilia di industrializzarsi mantenendo una sua autonomia. Domenico La Cavera, presidente di Sicindustria, ruppe definitivamente con Confin-dustria perché legata con i monopoli del nord, volle a tutti i costi che l’Eni di Enrico Mattei fosse presente anche in Sicilia: “Milazzo affrontò tante battaglie contro i potenti di Roma e Milano, ma fu pugnalato dagli ascari. – ha dichiarato La Cavera - Comprese come la Sicilia aveva bisogno dell’industria manifatturiera e non delle cattedrali nel deserto di Siracusa e Ragusa. Quei potenti ne hanno fatto la pattumiera del Mezzogiorno”. Infine La Cavera ha lanciato un appello al presidente della Regione Lombardo, facendo il paragone con il principe Carafa, che realizzò la città ideale: “Anche lei presidente, perché noi non siamo incapaci, deve creare un partito ideale del Mezzogiorno, in cui si riunisca la gente che crede nell’interesse generale e non in quello particolare”, invitan-dolo a stare attento anche lui “agli ascari”. Anche l’ex presidente Mario Fasino ha ammonito “guai a quei popoli che non hanno memoria della storia, perché non avranno futuro. Il futuro è la prosecu-zione che si rinnova in forme diverse del nostro passato”. “Milazzo, fino alla fine, ha testimoniato la sua fedeltà agli ideali indipendentistici – ha proseguito Fasino - sia pur annacquati dalla situazione dell’autonomismo, ma non ha ceduto alla sua posizione”. La figlia di Milazzo, Silvia ha ricordato “ricordardato l’onestà intellettuale,  politica e in generale che abbiamo avuto come insegnamento e a cui teniamo”. Il vicesindaco di Caltagirone Alessandra Foti ha richiamato alla memoria “la perso-nalità e l’opera di uno dei figli emeriti di Caltagirone che per lunga parte del secolo scorso con alto senso di responsabilità civile e politica seppe dare un contributo sostanziale di pensiero e d’azione alla soluzione di vitali problemi che tormentavano la nostra regione, come ad esempio la riforma agraria”. I lavori sono stati conclusi dal Presidente Raffaele Lombardo, il quale ha ribadito come “la colpa di quanto accaduto sia stata di quegli ascari che hanno consegnato la Sicilia ai suoi oppressori in cambio di un privilegio, una carica o un feudo finanziario”, per cui la figura popolare di Milazzo in Sicilia va riletta come una lezione politica.



Questo convegno, se ve ne fosse bisogno, ha rievocato la figura di Milazzo e parlare di quel tentati-vo politico volto a valorizzare l’autonomia siciliana: È la sera del 23 ottobre del 1958 quando a Sala d’Ercole si tenne una delle sedute più intense della storia. Caduto il governo La Loggia la Demo-crazia Cristiana cerca di formare un nuovo governo appoggiato anche dai liberali e dai socialdemo-cratici candidando alla presidenza Barbaro Lo Giudice. Al momento del voto il colpo di scena: con 54 voti viene eletto Silvio Milazzo, il candidato democristiano 27, le schede bianche sono 7. All’interno della DC si è creata una frattura, in realtà già da tempo serpeggiava il malumore e nove deputati hanno deciso di non seguire le direttive del partito. Milazzo, il quale sin dal ’47 aveva rico-perto incarichi assessoriali ai Lavori pubblici, all’Agricoltura e all’Igiene e Sanità, ha ricevuto i voti di un vasto arco parlamentare che va dai missini ai socialisti, dai comunisti ai monarchici, oltre ai dissidenti democristiani. Ben presto la segreteria romana della DC fa partire i suoi moniti contro il ribelle: incontra più volte il neo presidente affinché si dimetta, non è concepibile che al governo della Sicilia vi siano anche i comunisti. Non si può permettere un’apertura del genere. I media, na-zionali e internazionali, si occupano del caso. A cercare di far ritornare sui suoi passi Milazzo inter-vengono il suo mentore politico, don Luigi Sturzo, e l’amico d’infanzia, Mario Scelba, senza riu-scirvi. Dato che i dissidi interni non possono risanare l’unica strada che ha DC è l’espulsione dal partito. Milazzo al suo ritorno da Roma costituisce un governo di unità: non può venire meno alla “chiamata”, ma soprattutto non può deludere quanti hanno riposto fiducia in lui. La crisi parte dall’aprile del 1958 quando fu costituita la Sofis, la Società Finanziaria Siciliana, la quale attraverso l’impiego del fondo di solidarietà avrebbe dovuto garantire alla Sicilia lo sviluppo economico: af-finché possa svolgere la propria attività occorre nominare un presidente, si parla tanto dell’ing. Do-menico La Cavera, ma poiché ritenuto vicino a Mattei, viene nominato l’ing. Ignazio Capuano. L’opposizione favorevole a La Cavera prende spunto per mettere in crisi il governo, chiede le di-missioni di La Loggia, e si avvicina il momento della votazione del bilancio. I contrasti tra Sturzo, Scelba e Fanfani sono evidenti, dall’esito si sarebbe delineato il futuro della Sicilia. Al momento del voto socialisti, comunisti e liberali si dichiarano contrari, i missini non hanno ancora deciso. Il go-verno viene battuto ma La Loggia non si dimette, lo ritiene solo un voto tecnico, le dimissioni arri-veranno solo il 3 ottobre. Un nuovo governo monocolore è impossibile, si tenta l’alleanza con Pli e Psdi candidando Lo Giudice. Ma il 23 ottobre le cose non vanno come previsto. Il presidente Milaz-zo durante il discorso programmatico pronunciato a Sala d’Ercole dichiara di voler portare avanti l’autonomismo attraverso lo Statuto in modo da rilanciare lo sviluppo economico e industriale. L’apertura di Milazzo verso l’Eni non è vista di buon occhio: troppe agevolazioni. Alle elezioni re-gionali del giugno 1959 l’Unione Siciliana Cristiano Sociale, il partito di Milazzo, ottiene il 10% dei voti e 9 seggi, la DC mantiene i suoi voti, i comunisti recuperano, mentre il Msi e i monarchici perdono consensi. L’Ars riconferma Milazzo presidente della Regione, quando si tratta di formare la giunta, la DC tenta l’alleanza col Msi, ma la base non accetta, i tempi non sono ancora maturi. La Giunta viene costituita tenendo fuori la DC. Ma le insidie non mancheranno, l’occasione della crisi si ripresenta al momento della votazione del bilancio, per fortuna Milazzo la crisi, ottiene cinquanta voti. La Dc continua a non accettare quel governo, quell’ondata di nuovo tanto attesa non è arrivata, le cose precipitano in pochi mesi, inizia la parabola discendente di Milazzo attraverso una campa-gna di discredito: l’Uscs è in mano ai comunisti, riceve finanziamenti derivanti da corruzione politi-ca e compromessi. Milazzo non può accettare tutto questo. L’on. Corrao il 15 febbraio 1960 orga-nizza un incontro all’Hotel delle Palme con l’on. Carmelo Santalco, gli offre 100 milioni per fargli abbandonare la Dc e aderire all’Uscs. In realtà è una trappola, l’incontro tra i due sarà documentato. L’on. Santalco, il giorno dopo, rivela il retroscena all’Ars, denunciando il tentativo di corruzione.. La commissione d’inchiesta istituita non esclude l’ingenuità dell’on. Corrao ad essere rimasto vit-tima di una trappola così come che vi fosse stata trattativa. Una volta che la commissione ha accer-tato che Milazzo non è il responsabile, senza pensarci troppo si dimette. Le interpretazioni dell’operazione Milazzo sono le più controverse: chi ritiene che in quel modo i comunisti avessero conquistato il potere in Sicilia; qualcuno sosteneva che fosse stata l’Eni a voler il governo Milazzo per ottenere maggiori concessioni per lo sfruttamento di metano e petrolio; altri sostengono come dietro Milazzo vi fossero Sturzo e Scelba per battere la corrente fanfaniana. In poco tempo si mise fine a tante speranze: lo sviluppo economico e sociale della Sicilia non interessava a nessuno, erano più forti gli interessi particolari che quelli generali. La Sicilia doveva restare terra di conquista, no-nostante possedesse le prerogative statutarie restava più indietro rispetto alle altre regioni. Il corag-gio del cambiamento, da tante parti richiesto, svanì, e con esso l’agognata autonomia. Un episodio che non fa altro che precorrere i tempi attuali. Così a distanza  di cinquant’anni dall’insediamento di Silvio Milazzo alla presidenza della Regione la Sicilia attende ancora la sua autonomia.