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Hugony metafora del nostro declino


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di Salvatore Butera*

L´altra mattina le vetrine vuote e i cancelli abbassati sono stati come un colpo al cuore. Per i palermitani della mia generazione la chiusura del negozio Hugony è quasi un lutto, un pezzo della vita che se ne va. Non sembri un´esagerazione.



Sfido chiunque a non ricordare di aver comprato da Hugony un profumo o una borsa Roberta per la fidanzata o per la moglie. Le
cronache parlano di un soldato francese al seguito di Gioacchino Murat che nel 1815 aprì una bottega a Palermo, in Corso Vittorio Emanuele, di articoli di Parigi, profumi e ciprie che in quell´epoca dovettero attrarre molto le dame del gran mondo. Ma Murat in Sicilia, come tutti sappiamo, non arrivò mai e di questo stiamo ancora oggi pagando i prezzi.

Ma allora l´avventura di Jean Auguste Hugony fu forse uno sbarco solitario e magari non desiderato sull´isola? Chissà. Le scarne cronache di oggi dicono poco e soprattutto non dicono quello che il negozio che ne nacque, poi trasferito in via Roma ed infine negli anni '30 in via Ruggero Settimo, ha significato nella vita e nel costume di Palermo. Nel 1953 i locali vengono rinnovati ed è di vent´anni fa (1989) la sistemazione su due piani che abbiamo conosciuto e frequentato fino a ieri. La formula di Hugony non era certamente unica al mondo ma era rara anche in Italia. Un negozio che negli stessi eleganti locali offrisse la profumeria più raffinata, la moda per le signore (e più di recente anche per i signori) gli articoli da regalo e le porcellane, non era certamente comune. Una formula originale e indovinata che rispondeva a un cognome divenuto magico: avvicina da Hugony, guarda da Hugony. E Hugony finiva per servire tutti con classe, signorilità e (credo lo si possa affermare) a prezzi mai troppo elevati.

Ma la vicenda storica esige qualche altra considerazione: si tratta in definitiva dello sbarco a Palermo di un imprenditore straniero, soldato o non soldato, francese o non francese. Di fatto la città fin dai primi dell´800 attrae e interessa e per un certo periodo diviene una delle capitali d´Europa dove la grande società della belle epoque sciama al seguito delle famiglie reali in visita in casa Withaker o in casa Florio. Ebbene sì, ci sono caduto. Anch´io sono caduto nella trappola (questa volta inevitabile) dell´obbligatoria citazione della famiglia Florio per identificare un periodo durante il quale Palermo attrae capitali esterni all´area come si suol dire. Ma la citazione in fondo serve anche per riaffermare una esigenza di ricerca storica su cui sono tornato più volte.

I Florio furono certamente il centro, la punta di diamante, ma intorno ad essi, prima e dopo di essi, un intera classe imprenditoriale, italiana e straniera, lavorò a Palermo a cavallo fra ï'½800 e ï'½900 per essere poi man
mano assorbita e poi annullata dalla tragedia delle due guerre mondiali nel "secolo breve". L´occasione serve dunque a sottolineare come vi sia ancora un grande campo da lavorare per comporre in un quadro possibilmente unitario e leggibile, cento storie di impresa e di commercio nella Palermo di ieri e dell´altro ieri. La Palermo di oggi chiude lentamente i suoi battenti. Cala lentamente la tela su uno scenario nel quale siamo nati e nel quale eravamo abituati a vivere. Certo altre chiusure si sono registrate, molte, forse troppe cose sono cambiate ma non c´è dubbio che le vetrine vuote di Hugony sanzionano la chiusura definitiva di un capitolo della storia di questa città. Sarebbe forte la tentazione di iscrivere anche questo epicedio nel
quadro di una attuale decadenza di Palermo.

Ma, pur esistendo un´ innegabile nesso temporale, credo che qui siamo in presenza di cause più lontane e più complesse che sarebbe semplicistico e tutto sommato ingiusto attribuire a questa o a quella maggioranza. Lasciatemi ancora un ultima battuta: chi è stato giovane negli anni '50 non può non ricordarlo. Le commesse di Hugony sono state una categoria dello spirito: belle, eleganti, desiderabili, una guardia d´onore del centro
cittadino, una scuola di guerra in una trincea gentile ma dura e difficile come quella di un negozio vero, un negozio di mercato efficiente e funzionante come nessuno. Via Ruggero Settimo non sarà più la stessa senza
quell´insegna retrò, anni ´30. Tremo solo al pensiero di quella che la sostituirà. Volgarità e dolore, come scrisse Elemire Zolla nei lontani anni´60.

*tratto da Repubblica Palermo 12 gennaio 2009