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La storia scritta sulle strade d'Italia


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Il "fondo" di Cannavò per la presentazione del prossimo Giro d'Italia, che segnerà il Centenario

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C' è una grande foto un po' sgranata, ma dolcissima e di forte impatto romantico, che ci tiene compagnia in Gazzetta da tempo immemorabile. Anno 1909, scena del primo Giro d' Italia. C' è Luigi Ganna che lo vinse insieme con altri cinque in un fangoso sentiero imprecisato. Io la guardo con lo stupore con cui si ammirano le grandi cattedrali del Medioevo o del Rinascimento).

Come si potevano realizzare con i mezzi di allora quelle cupole perfette, quelle guglie svettanti verso il cielo, quei merletti di pietra? E sulla stessa onda, come si poteva concepire un Giro d' Italia in bicicletta nell' Italietta povera di un secolo fa, dove le strade erano un' idea, l' asfalto un lusso, le distanze un enorme mistero.

E poi, con quelle bici pesanti come carri, fornite di tubolari duri come pietre. Come si poteva? Eppure sullo sfondo di quel Paese ancora immaginario, reduce da una sanguinosa rivolta del pane, nacque una delle più belle idee del Novecento: popolare, unificante, con la quale lo sport degli eroi in bicicletta diventava un canto doloroso ed inebriante alla fatica, una metafora della vita. Il pensiero che tutto ciò sia legato, sin dal primo giorno alla Gazzetta, mi commuove. Pezzi di storia vissuti in famiglia. E ora siamo a Venezia, scrigno d' Italia, in un teatro-gioiello che si chiama La Fenice ad annunciare il Giro dei cento anni. Un fiume rosa che scorre lungo un secolo di tragedie, conquiste, meraviglie, rivoluzioni, grandi scoperte.
E la bicicletta rosa ha continuato a muovere i suoi pedali. Solo i due conflitti mondiali l' hanno fermata, ma subito dopo lei si è riconsegnata al Giro ed è diventata simbolo di un Paese che voleva ritrovare la vita. Non so quanti Giri ho vissuto, credo più di trenta, ma nessuno per intero. Li ho assaggiati nella loro parte più bella e crudele dove il destino della corsa passa per montagne incantate e fatiche disumane.

Il primo sentimento che provo è di gratitudine per gli uomini che hanno concepito la corsa, per i corridori che l' hanno animata, per i campioni del mito, per i poveracci, per le vittime, per i cronisti che l' hanno raccontata, per i poeti che l' hanno cantata.

E tra le tante edizioni dell' avventura rosa che ho vissuto o sfiorato, il mio cuore s' infiamma ogni volta che rievoco un Giro che non ho visto. Anno 1946, la guerra era appena finita, l' Italia scavava ancora nelle macerie. Io ero ragazzo, vivevo in Sicilia negli stenti di un lungo e doloroso dopoguerra. Ma la Gazzetta era tornata a vivere. E in quel giornale di due soli fogli nacque la sfida temeraria: far rinascere il Giro, in una nazione sconfitta e distrutta, il Giro prima del Tour. Due uomini costruirono quella pagina di storia: Armando Cougnet, capo dell' organizzazione, e Bruno Roghi, direttore di questo giornale. Le strade erano come quelle del 1909, devastate dai bombardamenti. Bisognava costruire dei ponti e guadare dei fiumi. Certi percorsi furono cambiati all' ultimo momento, ma la sfida andò avanti e il Giro forzò anche una odiosa frontiera mandando un suo drappello di uomini sino a Trieste tra due ali di folla impazzita. Un saggio di italianità struggente. Quel Giro, vinto da Bartali davanti a Coppi, anticipò simbolicamente il ritorno di Trieste all' Italia che sarebbe avvenuto otto anni dopo. Ecco la forza di un' idea. La scelta di Venezia per la presentazione della corsa del 2009 e per la partenza del 9 maggio scaturisce dalla ferma volontà della città lagunare di vivere questo momento solenne del Giro e della nostra storia popolare. Un atto d' amore. La Gazzetta lo ha colto, facendo di una città unica al mondo il suo manifesto del Centenario. E ieri fra gli stucchi e gli ori della rinata Fenice c' erano idealmente tutti i protagonisti di un secolo: dagli uomini coperti di fango di quella foto del 1909 sino a Contador, ultimo vincitore, passando per Binda, Girardengo, Bartali, Coppi, Bobet, Anquetil, Magni, Merckx, Gimondi, Moser, Hinault, Saronni, Bugno, Indurain e il Pantani dei nostri sogni finiti in tragedia. Lunga vita, caro Giro. Con Armstrong e i nostri campioni, il Centenario ti proietta nel mondo.

*tratto da La Gazzetta dello Sport del 14 dicembre 2008