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"La siciliana ribelle". Rita Atria
raccontata da Marco Amenta


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Per una curiosa coincidenza è nelle sale dell’Hotel delle Palme di Palermo, il luogo che sancì l’alleanza tra i rappresentanti delle cosche mafiose americane e quelle siciliane che si è svolta la conferenza stampa di presentazione del film “La siciliana ribelle” di Marco Amenta, storia drammatica della vita e del pentimento di Rita Atria, suicida dopo la strage di via D’Amelio nella quale morì il giudice Paolo Borsellino, suo punto di riferimento e quasi un secondo padre. Fotogiornalista, Amenta si era già cimentato con la storia di Rita nel documentario “Diario di una siciliana ribelle” per poi dirigere la docu-fiction “Il fantasma di Corleone” sulla latitanza di Bernardo Provenzano. Presentato in anteprima al festival internazionale del cinema di Roma, il film è stato accompagnato da aspre polemiche da parte dei familiari di Rita Atria e da qualche scontento da parte di chi si aspettava forse una storia con maggiore aderenza al vero e con minori concessioni alla fiction, dove esigenze narrative hanno compresso e un po’ sacrificato lo svolgimento del secondo tempo, nel quale si racconta il processo e il rapporto della collaboratrice con il giudice, punti nevralgici della pellicola. Ma è proprio il regista a difendere a spada tratta la forma di una fiction “liberamente ispirata a una storia vera”.

Perché dopo il documentario fare una fiction della storia di Rita Atria?

“Il  primo genere è più adatto a descrivere la cronaca dei fatti, mentre la forma della fiction è quella ideale per raccontare il percorso interiore di una ragazza che accetta un ribaltamento totale dei valori nei quali finora aveva creduto positivi: è un processo che in psicanalisi, quando ha successo, richiede circa 10 anni e che Rita invece riesce a compiere in pochi mesi. Il film mi ha permesso di approfondire meglio questo aspetto”.

Lei ha paragonato il coraggio di Rita Atria a quello di Antigone. Perché?

“Come Antigone nella tragedia di Sofocle, Rita pone le morale al di sopra delle regole sociali, non le importa il prezzo da pagare. Antigone si ribella alla legge dello Stato e anche Rita si ribella alle regole di quello che crede il suo Stato, entrambe erano due eroine universali in lotta per la loro libertà”.
Nel film Rita non chiama mai per nome il giudice Borsellino e tra i due si registra una certa distanza  come se al posto del magistrato potesse esserci chiunque, una dissonanza per un uomo che ha avuto un ruolo determinante nella vita e nella scelta di pentimento fatta da Rita.
“Volevo questa distanza: Il procuratore antimafia e Rita si scontrano, hanno vedute opposte, ci sono resistenze da ambo le parti. Rita vuole vendetta e il magistrato, invece, le insegna la giustizia. Fino alla fine con lei si comporta da giudice. Ha un solo cedimento, umano e comprensibile, quando, da padre, le dice che è in tempo a ritirarsi, forse perché a una ragazza di 17 anni si sta chiedendo troppo. Ma rendere questo all’inizio del loro incontro avrebbe voluto dire fare della soap opera”.

Per il ruolo del coprotagonista, il giudice Borsellino, appunto, è stato scelto un attore francese. E’ stata una strada obbligata, dovuta ad accordi di coproduzione con la Francia?

“E’ stato anche per quello ma non è stato il motivo determinante. Io non cercavo niente di strettamente identificabile, anche fisicamente non cercavo una somiglianza aderente al vero volto di Borsellino, ogni individuo sarebbe sembrato troppo diverso rispetto all’originale. La scelta di un francese come Gerard Jugnot,  ha creato, anche linguisticamente, nelle riprese, una barriera che è stata funzionale alla storia per rendere il contrasto tra i due. E poi grandi attori italiani, come Giannini si sono già misurati nella loro carriera con il ruolo del giudice. A me interessava il lato umano del personaggio e il fatto che la moglie di Borsellino alla proiezione del film alla Camera dei Deputati abbia detto ‘Quello è mio marito’ per me è stata la conferma di una scelta giusta”.

Come ha scelto l’attrice, la lampedusana Veronica D’Agostino, che peraltro per la televisione ha interpretato il ruolo di Fiammetta, la figlia di Borsellino?
“Veronica ha interpretato anche ‘Respiro’, di Emanuele Crialese ed è arrivata qui dopo una serie di provini, ma ho capito presto che lei era la persona giusta. E’una ragazza senza filtri, un’attrice di pancia, molto istintiva, che riesce a incarnare allo stesso tempo tenerezza e durezza e che mantiene un lato naif, selvaggio. che si adatta bene al ruolo: non avrei mai potuto scegliere una fighetta, sarebbe stata troppo distante dalla figura di Rita”.

Da parte dei familiari di Rita Atria e in particolare da Vita Maria Atria e Piera Aiello, rispettivamente nipote e cognata della collaboratrice di giustizia, sono arrivate aspre critiche al film e accuse sulla mancata restituzione di materiale privato messo a disposizione dai familiari, sulla distribuzione nazionale e non estera come promesso della pellicola e su una lontana aderenza al vero della trama. Come risponde?
“Ho restituito a suo tempo i vecchi vhs e sono disponibile a fare mille copie del materiale che mi è stato prestato. So bene che Piera Aiello è tuttora una testimone di giustizia, non a caso mi sento vicino a queste persone e ho sempre agito per la legalità, dietro l’autorizzazione del servizio di protezione. Tuttavia occorre distinguere il documentario girato 13 anni fa dal film nel quale ho rispettato la consegna del silenzio e ciò è evidente anche nei personaggi scelti che non sono gli stessi del documentario: per esigenze narrative ho introdotto personaggi inesistenti, come il carabiniere ucciso, un omaggio a vittime di mafia come Russo, Montana, Cassarà. Mi chiedo invece come mai queste richieste siano arrivate ora, a distanza di 13 anni dal documentario, sul resto preferisco rispondere nelle sedi opportune e non aggiungere altro”.