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Regione, se la pace è un'apparenza...


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Ora che l’assessore Massimo Russo ha mortificato il proprio orgoglio e ha chiesto pubblicamente scusa a una casta politica ferita nell’onore; ora che pure il governatore Raffaele Lombardo ha recitato il proprio mea culpa e ha pubblicamente ammesso di avere dato il suo “contributo negativo alla degenerazione del dibattito”; ora che sulla guerra fratricida interna a Forza Italia è calata la pax berlusconiana e i demoni del centrodestra sono stati invitati a chiudere il teatrino delle macchiette e delle finzioni; ora che tutto questo è compiuto, sarà lecito sperare finalmente in una veloce approvazione di quella benedetta riforma della sanità alla quale si deve la lunga e tormentata paralisi della Regione? Riuscirà la classe politica siciliana, che tanto si è sentita offesa dalla pettoruta circolare di Russo, ad avere uno scatto di orgoglio e a pensare finalmente come contenere l’impeto di una crisi economica che rischia di travolgere tutto e tutti?

A parole tutti dicono di sì. Anche quei falchi, come Rudy Maira e Innocenzo Leontini, che con una mozione di sfiducia ad personam hanno piegato, fino alla genuflessione, il magistrato Massimo Russo, l’uomo tutto di un pezzo al quale Lombardo ha affidato l’amministrazione della sanità. Ma nei fatti le manfrine non si arrestano: l’ultimo rinvio della discussione d’aula sulla legge di riordino, voluta da Russo e vivacemente contestata da Udc e gran parte del Pdl, sta a dimostrare che siamo ancora al gioco delle apparenze. E’ un’apparenza la ritrovata pace tra i forzisti di Gianfranco Miccichè e quelli di Angelino Alfano; ed è pure un’apparenza la ritrovata disponibilità al dialogo del segretario dell’Udc, Saverio Romano, per conto, forse, di Totò Cuffaro.

Il nodo vero, quello non risolto, sta probabilmente in quest’ultimo nome: Cuffaro. L’ex presidente della Regione è stato nella primavera dell’anno scorso tra gli sponsor più convinti di Lombardo, con il quale condivideva non solo una lunga militanza nella vecchia Democrazia Cristiana, ma anche un’antica e personale amicizia. Un anno fa, di questi tempi, i due sembravano andare così d’amore e d’accordo che le malelingue non esitarono a definirli i due “gemelli” o, peggio, “i due Cuffari”. Poi qualcosa si è rotto. Lombardo, fiancheggiato da Russo, pubblico ministero di scuola caselliana, si è calato sempre più nel ruolo dell’uomo nuovo, pronto a riscattare la Sicilia da ogni abuso e da ogni sorpruso. Mentre Cuffaro, già crocefisso dalla condanna che lo ha costretto alle dimissioni, è stato via via trasformato da Lombardo, e dagli uomini di Lombardo, in un reliquario di nefandezze. In un simbolo del male, al quale era lecito strappare – con quel disprezzo moraleggiante inventato e praticato in Sicilia da Leoluca Orlando – tutte le poltrone, tutti i voti, tutte le clientele.

E’ andata proprio così. La mostrificazione di Cuffaro è servita a Lombardo per acquisire le più importanti postazioni del potere regionale. Poteva l’Udc non reagire a quella che i propri dirigenti continuano a chiamare la “grande depredazione”? No. Infatti ha reagito. E il terreno di scontro è stata e continua ad essere quell’immensa e ricca palude chiamata sanità.

Per carità, qui non si tratta di stabilire chi ha torto e chi ha ragione, se Lombardo è migliore o peggiore del suo predecessore, se Cuffaro è una vittima oppure un malacarne al quale chiunque può gratuitamente assestare una bastonata. Il problema vero è che i due fanno parte della stessa maggioranza. E fino a quando non troveranno un modo per convivere il governo non avrà mai pace e la Regione non avrà mai un governo.