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L'intervista

"Un mio rene vale diecimila euro"


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diocesi, mafia, racket, raimondi, rene, Cronaca

Non ha più nulla, a parte i debiti ed un figlio invalido. Non ci sono più porte a cui bussare per chiedere aiuto, per trovare quei 10 mila euro che gli consentirebbero di rilanciare la sua attività, di vivere grazie alla lavorazione della ceramica, la sua arte. L’unica cosa di cui può ancora disporre, che può ancora mettere in vendita per uscire dal baratro è il suo corpo. Eccola la soluzione di Bennardo Mario Raimondi, sguardo spento, 46 anni: “Metto all’asta un rene, per 10 o 20 mila euro”. Semplicemente, provocatoriamente. “Quanto mi basta per ripartire, per lavorare, per mantenere dignitosamente la mia famiglia”. Eppure, fino al ‘99, quando Raimondi dice di aver incontrato i suoi “cravattari”, non avrebbe mai pensato di arrivare a tanto.
Nato e cresciuto a Borgo Molara, nel ‘76 impara a lavorare la ceramica in un laboratorio. Poi conosce la moglie, Antonella, e nel 1989 decide di mettersi in proprio. Assume otto operai per creare oggetti in terracotta, souvenirs e presepi. “Un bel giro – racconta – esportavamo persino in Spagna, Francia e negli Stati Uniti”. Nel ‘98 decide di comprare casa. Ha bisogno di un mutuo, “40 milioni di lire, mi servivano – continua – ma c’erano dei problemi con i documenti dell’immobile e le banche non hanno voluto concedermi prestiti”. Tutto inizia a vacillare: “Ho chiesto a degli amici – spiega Raimondi – che mi hanno messo in contatto con dei loro amici e…ho trovato i soldi. Dovevo versare delle rate ogni mese, ma sono sorti altri problemi…ho perso mio fratello ed ho dovuto sostenere anche mia cognata ed i miei nipoti. Poi mia moglie ha perso un figlio appena nato per una grave malformazione ed ha cominciato ad avere problemi di salute”.
Cerca di pagare quelle rate Raimondi, cerca di galleggiare mentre affonda tra i debiti, ma non ce la fa. Nel 2002, nascono due gemelli, il primo sopravvive (ma con gravi problemi psicomotori), il secondo muore dopo due mesi. “Ho pensato di farla finita. Nel 2003, per pagare i debiti, ho dovuto vendere la casa e chiudere l’attività. Mi avevano prestato 40 milioni, ma secondo i miei calcoli agli 'amici' ne ho restituito almeno il triplo”. E li ha denunciati, gli “amici”, per usura. Perché Raimondi si ritiene vittima del racket “ma le istituzioni non mi hanno aiutato, non ho potuto accedere ai fondi speciali”. In effetti, fra i documenti che mostra, oltre alla domanda in prefettura, c’è anche una richiesta di archiviazione delle indagini partite con la sua denuncia, firmata dal pm Sara Micucci e datata 12 gennaio 2008. “Non è stato possibile fare ricorso – continua Raimondi – mi hanno detto che erano scaduti i termini”.
Dall’anno scorso, grazie allo Sportello Legalità della Camera di Commercio, è riuscito a riprendere quantomeno la partita Iva ed ora vive arrangiandosi come può: “Vendo gli oggetti che creo davanti alle chiese, dò lezioni di ceramica ai ragazzi a rischio…ma non basta, così non posso risalire la china”. Raimondi ha un debito di 180mila euro con le banche e, nonostante l’intervento della Camera di Commercio, non riesce ad ottenere nuovi prestiti. Quei 10mila euro, quella speranza. Che ha deciso di affidare ad uno dei suoi reni.