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Adorazione dei pastori
La scheda di Vittorio Sgarbi


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adorazione pastori, arte, capolavoro, caravaggio, quadro, scheda tecnica, vittorio sgarbi, Cultura e Spettacolo
Adorazione dei pastori
Olio su tela, 314 x 211 cm
L’Adorazione dei pastori fu dipinta per l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria la Concezione in contrada la Verza, andata distrutta del terremoto del 1908. All’altare maggiore furono destinati il Seppellimento di Santa Lucia, la Resurrezione di Lazzaro, la Natività nell’oratorio di San Lorenzo a Palermo, ossia tutta la produzione pubblica di Caravaggio ( si vedono a tal proposito anche le osservazioni nel saggio di Spezza Ferro in catalogo). Citata la prima volta dal San Perti (1644), la tela godette anche dell’incisione, piuttosto rozza, di Placido Donia. Bellori (1672) ne sottolineo la “capanna rotta e disfatta d’assi e di travi” senza pronunciare alcun giudizio di merito. Fu solo nel 1724 che Susinno ne offrì una minuziosa descrizione, riferendone la commissione al senato messinese. L’irreperibilità dei documenti, rilevata già prima del terremoto, non consente di verificarne la veridicità. E comunque noto come il senato messinese fosse “l’appaltatore” più attivo dell’intera città e una sua partecipazione a una commissione di tale rilevanza non lascerebbe stupiti. Abbate (1984), alla luce della iconografia marcatamente pauperista del dipinto, propone un possibile mediatore in Girolamo Errante, già generale dell’Ordine presente a Messina tra il 1605 e il 1611. Lo Spadaro (1987), invece ricorda che negli stessi anni, 1605-1609, divenne vescovo della città il minore osservante Bonaventura Secusio, ulteriore possibile tramite. In generale il tema dell’umiltà, della povertà evangelica, nelle iconografia pauperistica con la vergine distesa a terra ma nella posizione classica che sembra desunta da un sarcofago antico o da un mosaico bizantino, rimandano a una committenza “povera”. In questo spirito si intende la composizione nello spazio di una capanna al calore vero di una capanna, con i pastori che si inchinano su un gruppo divino e ne prendono luce in un’essenzialità compositiva senza precedenti. In generale l’Adorazione dei pastori, codette di una altissima considerazione, a partire dal Susinno che, contrapponendola alla Resurrezione di Lazzaro, la giudicò “l’unica e più maestrevole opera del Caravaggio, perché in esse [figure al naturale] questo gran naturalista fuggì quel tingere di macchia, furbesco, ma rimostrossi naturale senza fierezza d’ombre”. Per quanto le due pale mostrino differenze pittoriche e compositive, risulta difficile vedervi quella sorta di “redenzioni” annunciata dal Susinno. Se il biografo costruì un flebile appiglio per legare il cambiamento del Merisi all’influenza improbabile dell’opera di Antonio Catalano il vecchio, pittore messinese legato ancora a moduli manieristi e vicino a modi di Barocci, ci si sente al contrario autorizzati a credere che lo stato conservativo della  Resurrezione, sottoposta nel 1670 a un rovinoso intervento di pulitura, fosse a quelle date già sensibilmente alterato. Della “essenziale” vicinanza delle due opere ne fornisce testimonianza l’insuperabile descrizione che ne fece Longhi (1952): “Riuscì a terminare per i Cappuccini di Messina l’umilissimo ‘Presepio coi pastori’; e anche in esso tentò, più umanamente, il nuovo rapporto di ramante tra spazio e figure. La Madonna col minuto bambino sotto lo sguardo apprensivo dei pastori quasi colati in bronzo, appare spersa su quel poco di strame pungente, entro quel chiuso di animali immobili come oggetti, di assi e di stoppie che soltanto lucore all’orizzonte sembrava interrompere, per accordarsi col mugghio del mare invisibile; mentre scivolava in primo termine verso di noi, una specie di ‘natura morta dei poveri’ – tovagliolo, pagnotta e pialla da falegname in tre toni di bianco, bruno, nero – si restringer a un’essenza disperata”. Se bene parte della storiografia continua a proporre una esecuzione dell’opera anteriore alla Pala dei Crocifissi, si preferisce pensare a una più opportuna datazione che cade subito dopo la Resurrezione di Lazzaro, nel secondo del 1609. Rimasta in loco fino alla soppressione delle corporazioni religiose, fu trasferito nel Museo Civico di Messina, nel 1887 e, di lì, alla sede attuale.

Caravaggio di Vittorio Sgarbi p.178

Bibliografia: Spadaro in Siracusa, 1987, pp. 289-292; Marini 2001, passim; Abbate in Palermo 2004, pp. 43-76