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La nota sui mercati

Più debiti, il disastro è assicurato


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MATERIE PRIME: in ordine sparso
Il quadro generale è abbastanza chiaro. Si è deciso di moltiplicare i debiti nel tentativo di uscire dalla recessione  e di produrre grande inflazione futura per svuotare di valore reale tali debiti  che toccheranno livelli senza precedenti storici. E' una strada fallimentare che assicura solo disastri ancora più grandi nei prossimi anni. Ma intanto ormai il dado è tratto, "così è se vi pare". In questo contesto le materie prime  saliranno molto di prezzo, soprattutto in dollari. L'indice generale ha  già iniziato a dare segnali di ripresa , sotto il profilo tecnico, così come  il "dottor rame", il più rappresentativo dell'attività industriale. Il tentativo è infatti  di far ripartire quell'eccesso di consumi americano alla base degli squilibri mondiali; tanto, finora è stato pagato con cambiali a bassissimo tasso d'interesse stupidamente accettate dai produttori asiatici, nell'illusione avessero valore intrinseco;  dunque, si scommette sul fatto che -anche se si lamenteranno un pò - gli asiatici continueranno a mangiarsi questa minestra.
Nonostante la prospettiva rialzista, le materie prime in questa fase risentono delle stime sulla domanda a breve , e quest'ultima è ovviamente sofferente visto l'aggravarsi della recessione globale; inoltre ancora molti - ottenebrati dalla propaganda sulla deflazione - non hanno capito l'enorme potenziale inflazionistico generato dalle decisioni delle autorità. Vi sono quindi fasi di storno e di andamento sparpagliato come quelle di questa settimana con  preziosi in calo, perchè hanno risentito soprattutto del venire meno dell'esigenza di rifugio dato il ritorno della propensione al rischio, energetici condizionati prevalentemente dall'andamente delle scorte (petrolio fermo) e industriali   ancora al rialzo in scia alle borse; si chiude infatti con  -3% per l'oro (+5% da inizio anno), -4% per  l'argento(+18%) +1% per il platino(+19%) fermo il petrolio (+17%)  torna indietro il gas naturale -12% per l'incremento delle scorte ( -33% ), mentre  il  rame continua la recente ascesa con +2%(+30%). L'indice generale CRB scende del 1,7% (-3%).
Si conclude con : petrolio a 52(maggio) gas naturale a 3,74(maggio) oro a 924(maggio) argento a 13,2(maggio) platino a 1128 (aprile) palladio a 223(giugno) rame a 183(maggio).

CAMBI: la guerra sul dollaro
L'indice del dollaro ha finito la settimana con un recupero del 1,5% a  85,1 (+ 4,5% dall'inizio dell'anno). Ha ancora perso contro  le valute più legate alle commodities come  i dollari neozelandese ed australiano(+2 %) ma ha guadagnato con l'euro (+2%) concludendo appena sotto 1,33;  con lo yen (+2%) e con la sterlina (+1%).
Nella scorsa Nota scrivevo: "Dunque se anche gli acquisti della Fed possono sembrare una protezione nei confronti del prezzo dei bonds americani detenuti dai cinesi (ammesso e non concesso che riescano a sostenerli), certamente vi è però un deprezzamento della valuta e un contemporaneo aumento delle materie prime, per cui i sudati risparmi dei cinesini parcheggiati in titoli americani in realtà perdono valore."
Ebbene , questa settimana è iniziata con le seguenti parole pronunciate dal capo della banca centrale cinese:"l'obiettivo desiderabile di riformare il sistema monetario internazionale, pertanto, è quello di creare una moneta di riserva internazionale che sia disconnessa dalle singole nazioni e sia capace di rimanere stabile nel lungo termine, così rimuovendo le deficienze intrinseche causate dall'uso di valute nazionali".
Dunque la Cina, il principale accumulatore di "pagherò" in dollari durante gli ultimi anni, e che adesso siede su una montagna di carta pari a 2 trilioni,  dopo l'urlo di Wen di due settimane fa, manda la proposta ufficiale di detronizzare il dollaro, perchè i cinesi iniziano ad avere paura che scambiare merci contro pezzi di carta americani possa rivelarsi qualcosa di simile al famoso "pacco, paccotto e contropacco". Da notare: è la prima volta, e sono i primi a farlo, che i Cinesi giudicano ad alta voce il sistema monetario basato sul dollaro come disfunzionale ed  instabile. Qualcuno può continuare a scommettere che sia solo una tattica per acquisire più potere sullo scacchiere internazionale. Ma qualcun altro può vederci il primo seme di un conflitto destinato a divenire ben più grande. Nel frattempo Bernanke e Geithner  il giorno dopo la sopracitata dichiarazione, e dopo aver visto il tonfo del dollaro seguito ad una prima frase del ministro che sembrava aprire alla possibilità di una riforma, si sono precipitati a negare che il dollaro possa mai perdere il suo status di valuta di riserva internazionale (ed il dollaro ha subito recuperato il terreno perso). Ovvio, senza questo privilegio feudale di battere  moneta mondiale, l'iperindebitatissima America non avrebbe alcuna speranza di finanziarsi.
Dopo l'impennata iniziale e il ritorno alla base, l'eurodollaro è stato sostanzialmente fermo a 1,35 fino a venerdì quando ha perso quota perchè l'attenzione si è rispostata sui problemi europei. Tecnicamente, a breve termine, l'incapacità dimostrata di ritornare in area 1,40 riapre la porta a  1,30: precisamente, il supporto più forte si trova a 1,31 livello che potrebbe essere testato subito. Ma in questa partita tra il cieco e l'orbo, il dollaro sembra decisamente destinato a soccombere a lungo termine, man mano che perderà il suo status di riserva internazionale, perchè è indubitabile che il numero di dollari in circolazione stia aumentando drasticamente a seguito delle recenti decisioni, ed è anche ovvio che un dollaro debole serve agli americani per difendere le loro esportazioni e per aumentare l'inflazione a sua volta necessaria per alleviare il peso dei debiti. Anche tecnicamente il trend di fondo resta al ribasso, e se si osserva l'andamento della quotazione dal 1998 si vede che ha  cicli di tre anni di declino seguiti da un anno di rimbalzo; dunque è ben possibile  l'ultimo rialzo iniziato a marzo-giugno 2008 sia prossimo alla fine e siano in arrivo altri 3 anni di declino (anche altri aspetti tecnici avvalorano questa ipotesi).

OBBLIGAZIONI:  il flop inglese e quello di Freddie
Negli USA  i futures sul tasso a tre mesi scadenza dicembre 2009 quotano 1,3% (-10 cts. rispetto a 7 giorni fa), il libor a tre mesi è    al 1,22%(-0 cts.) e ad un anno al 2,01%(-0 cts.); i bot a 3 mesi   allo 0,14%(-7 cts.). I rendimenti dei bonds  a 2 anni  a 0,85%(+1 cts.); a 5 anni al 1,72%(+12 cts.); il decennale al 2,76% (+11 cts); a 30 anni al 3,67%(-4 cts.). Sale   il differenziale tra 2 e 10 anni  a 191 (+10 cts.).Scendono  i tassi sui mutui a tasso fisso trentennali (-13 cts.  al 4,85%)  e quindicennali(-3 cts. al 4,58) e quelli a tasso variabile ad un anno (-6 cts. al 4,85%). In calo i differenziali sui bonds aziendali, in parallelo con il rimbalzo della borsa, ed i rendimenti degli obbligazionari dei paesi emergenti, con i bonds brasiliani  al 6,51%  sul decennale (i messicani  al 6,19%), sale invece  quello del decennale giapponese (1,32).
In Europa  i  tassi euribor  scendono ancora:  ad un mese  al 1,16% (-3 cts.) a tre mesi al 1,55%(-4 cts.) ad un anno  al 1,87%(-3 cts.). I rendimenti sui bund tedeschi  fermi sul 2 anni al 1,31%(-1 cts.) e  in rialzo sul decennale al 3,09% (+11 cts.) per cui aumento del  differenziale tra 2 e 10 anni (+178 cts.) in linea con quello americano,perchè fermo  il differenziale con i bonds USA  a +33 cts. per il bund sul decennale e sulla scadenza a due anni (+46 cts.)  sempre a favore del bund.
L'evento della settimana è stata l'incapacità, per la prima volta in oltre 7 anni, del Tesoro inglese di trovare compratori sufficienti per i debiti messi in vendita pari a 1,7 miliardi di euro. Il governo ha dato la colpa agli acquisti della banca centrale che avrebbero depresso troppo i rendimenti da non risultare più appetibili; la banca  centrale invece ha dato la colpa al governo di Brown avvisandolo di essere più "cauto" nella spesa pubblica, il cui eccesso avrebbe spaventato gli acquirenti di gilts. Mio commento: veramente uno spettacolo penoso; ricordo che per alcuni osservatori il vertice della Cupola risiede proprio a Londra , dove governo e banca centrale hanno marciato sempre all'unisono ed hanno dettato la linea a tutto il mondo,  USA inclusi. Vederli adesso litigare fra loro, rinfacciandosi le responsabilità, alla prima difficoltà , oltretutto ben prevedibile.....Nel frattempo le preoccupazioni cinesi sull'escalation dell'indebitamento americano si sono trasmesse alle quotazioni dei bonds USA, i cui rendimenti restano del 30-40% più alti rispetto ai minimi di fine dicembre, nonostante gli acquisti della FED  già  eseguiti per un terzo dei 300 miliardi annunciati; pertanto pare difficile che possano  scendere in modo significativo, a meno di un terremoto borsistico e/o geopolitico. Il motivo della resistenza dei rendimenti è che si inizia ad avvertire  l'effetto dei mancati acquisti dei cinesi, che certamente non vendono il pregresso, ma altrettanto certamente adesso non hanno più surplus commerciali da riciclare. Resto un convinto venditore di bonds, pur tentando di cavalcarne le onde.
Negli USA  dopo che il governo ha nazionalizzato Freddie Mac, la confusione sul suo ruolo ha creato tensioni con la società, ivi inclusa una disputa su quanto il gigante ipotecario può rivelare agli investitori privati circa i suoi problemi finanziari. Il problema nasce dal fatto che nell'attuale capitalcomunismo, i governi non nazionalizzano del tutto le istituzioni che salvano, bensì vogliono la presenza dei privati per poter dire che restano alfieri del "libero mercato" (e anche perchè così i profitti futuri eventuali andranno a chi comanda) ; il che implica che Freddie ad esempio deve rispondere alle domande degli investitori e mostrare i suoi conti in pubblico secondo le regole di borsa; ma quando i dirigenti di Freddie Mac lo hanno fatto qualche settimana fa è venuto fuori che la gestione governativa sta massacrando la redditività, e sta costando decine di miliardi, il che non ha fatto piacere agli uomini di Obama i quali adesso vogliono cambiare questa fastidiosa regoletta informativa.

BORSE:   ancora rialzo
Le borse sono salite lunedì anticipando un accoglienza positiva al piano di salvataggio delle banche USA concernente i titoli tossici e i prestiti andati a male. Ed in effetti, la simbolica presenza dei privati unita al caricamento del conto da pagare sui contribuenti, pilastri del piano, hanno assicurato che l'accoglienza restasse positiva, anche se per il resto della settimana gli indici azionari hanno solo consolidato il guadagno iniziale, aiutati  da dati economici generalmente meno peggiori delle attese.
Contrariamente quindi a quanto ipotizzavo nella scorsa Nota, la correzione è subito abortita, per cui si può considerare il rialzo di questa settimana come ancora facente parte della prima  onda rialzista iniziata il 9 marzo, adesso giunta ad avere la dimensione di 166 punti(+25%) e 3 settimane di durata. In termini percentuali questo rally da 667 a 833 è il secondo più forte da quando è iniziato il mercato Orso ad ottobre 2007; in prima posizione per ora resta il rialzo realizzato tra Nov. 08 e Gen. 09 (+27% in 6 settimane), ma l'attuale  è comunque più impulsivo anche se dalla chiusura di lunedì a 823 si è ammosciato e le correzioni temporanee sono divenute più ampie e frequenti. Per cui delle due l'una: o sta consolidando in vista di un ulteriore ultimo allungo, oppure è imminente una vera e propria seconda onda ribassista (mia ipotesi preferita). Non va dimenticato che in un mercato Orso sono normali la volatilità e i capovolgimenti improvvisi; il supporto principale è a 789 seguito da 768, mentre la resistenza è a 848 e poi a 870.
Si conclude con Dow a 7776 +6,9% ( -11% da inizio 2009) SP500 a 816 +6%(-10%) Nasdaq100 a 1251 +5,6%(+3%)Russell +7%(-14%) Trasporti +10%( -21%) utilities +1,3% (-12%) semiconduttori +9,6% ( +13%) Broker +11,5%( +3,7%) Banche +12%( -34%).Il rapporto tra put e call fermo a 0,9 e  l’indice della volatilità VIX scende  a 41.
Il Nikkey giapponese  a 8627 +8,5%(-2,5% da inizio 2009),  il Dax a 4203 +3%(-12%)  il cac francese a 2840, il footsie inglese a 3899 spmib a 16343 e mibtel a 11368 +15% (-17%). Tra gli emergenti: Brasile +4,3%(+11%) Russia +3,7% (+14%) India +12,4%(+4%) Cina +4%(+30%).

PREVISIONI:  G20 e BCE
Settimana intensa con fine marzo e inizio aprile, caratterizzata da un inusuale meeting infrasettimanale, giovedì, del G-20  caricato di molte speranze. Nella stessa giornata vi sarà la decisione della BCE e venerdì i sempre molto attesi dati sul mercato del lavoro americano. Ma anche la prima parte della settimana presenta dati macro importanti come gli indici manifatturiero e dei servizi su entrambe le sponde dell'atlantico, mentre parleranno  Bernanke e il suo vice.
C'è dunque molto nel menù ed è difficile predire quale  sarà il driver primario per i mercati. Sul dollaro contineranno ad addensarsi gli interrogativi di base: sarà valutato in base all'andamento della recessione? o sarà il suo discusso ruolo di riserva valutaria internazionale ad avere sempre più peso? oppure  tornerà sotto ai riflettori come contropartita alla propensione per il rischio? sono tutti elementi che continueranno ad incrociarsi e quale assumerà nel breve il maggior peso dipenderà da tante circostanze. Veniamo da un lungo periodo in cui l'andamento del dollaro è stato determinato soprattutto dall'andamento della borsa e quindi della propensione al rischio, acuitosi quando è venuto meno il funzionamento dei mercati  tra riduzioni forzate delle leve e della liquidità operativa. Adesso tutto questo pare rientrato in modo sostanziale, e si profila il nuovo tema della perdita dello status di moneta di riserva che sarebbe un disastro per il biglietto verde. Dopo la perentoria richiesta cinese si guarda al G20 per vedere se arrivano segnali in questa direzione; probabilmente non ne arriveranno perchè il vertice è troppo breve e la resistenza americana sarà fortissima. Nessuno inoltre vuole che in questa fase si aggiunga una crisi del dollaro. Per cui lo scenario più probabile è che la settimana si chiuda con un dollaro forte, tra scampato pericolo post g20 e dati occupazionali in grado di favorire l'attesa correzione  delle borse, anche perchè è improbabile che dal g20 vengano fuori nuovi fatti concreti a parte i soliti proclami di stimoli e sostegni; anzi potrebbero farsi più evidenti alcuni contrasti già affiorati tra la linea anglosassone e quella tedesca. Infine sul fronte dell'euro sarà determinante quanto dichiarerà Trichet: se, oltre ad abbassare i tassi ancora di mezzo punto portandoli all'1%, dovesse far capire che pure la BCE metterà mano alle presse di stampa, allora l'euro potrebbe tornare verso i recenti minimi.

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