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Il marito fu ucciso per una lite in strada

Irene ricomincia a vivere:
"Ma non torno a Palermo"


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Certe memorie del taccuino seguono la corrente e spariscono. Altre si impigliano come sassi nei cespugli che costeggiano la cronaca e non vanno più via. Irene Librera è ancora  un lampo accecante dietro la bara di suo marito. Lui si chiamava Simone La  Mantia. Fu ucciso a Palermo, selvaggiamente, in via Maurolico, per una lite in strada. Un pugno sferrato da un impresario delle pompe funebri lo inchiodò al  volante, per sempre, mentre sua moglie e sua figlia Maria Chiara guardavano. Seguirono il funerale e il processo, la condanna dell'assassino, le polemiche per una pena ritenuta lieve dai familiari della vittima, una lettera scritta al presidente Napolitano.
Irene non aveva più gli stessi occhi e Palermo - la sua città - non somigliava  più a se stessa o alla sua illusione bonaria. Qualche anno fa questa donna  dagli occhi indimenticabili, tanto pieni erano di dolore e di interrogativi,  confessò a chi scrive: "Vado via da Palermo, tenterò di rifarmi una vita  altrove", lasciando il posto all'azienda del gas ereditato dal defunto compagno di un'esistenza. Poi si persero le sue tracce, a parte qualche sporadica apparizione.
Irene l'ha fatto davvero. Ha cancellato la Sicilia e i giorni trascorsi dai suoi orizzonti. Vive ad Avellino da tre anni e dice che non è pentita della scelta, che non tornerà più indietro. Il sostegno psicologico è una mano  passata sulla ferita. "Io e mia figlia siamo in terapia", racconta. Per  dimenticare la scena della morte di Simone. O forse per imparare ad amare anche  quella, come tutto il resto di lui. Non è stato facile trovare Irene Librera, desiderosa di tagliare col passato,  per essere dimenticata nella sua quieta penombra. Non è stato comodo rintracciarla, seguendo la pista di indirizzi scomparsi, di cellulari non raggiungibili e di ricordi slavati. Ma questa intervista è stata scritta solo perché lei, Irene  Librera, si è data ancora una volta coraggio. E' stata lei a telefonare di sera  al cronista che aveva perso ormai ogni speranza.

Buonasera Irene, come sta?
"Un po' meglio, grazie. Faccio terapia con mia figlia. Tiriamo avanti".

Dove vive, adesso?
"Ad Avellino da tre anni. Lavoro in un call center. Mi guadagno il pane con  fatica, onestamente".

Com'è Avellino?
"Una cittadina deliziosa, con tante persone gentili e disponibili. Ho tanti  amici qui".

Conoscono la sua storia?
"Sì e mi sono vicini con i fatti, non solo a parole. Sostengono me e la mia  famiglia".

Com'è la Palermo che rammenta lei?
"Quando mio marito è stato colpito c'erano alcuni passanti e ognuno si è  fatto i fatti suoi. Ricordo indifferenza, distrazione e ostilità. Non è bello".

Si sente tradita da Palermo?
"No, è pur sempre la mia città e c'è un rapporto d'amore. Però non potevo  continuare a stare lì con tutto quello che è accaduto. Fuggire era necessario.  Era giusto ricominciare".

Tornerà?
"Mai. Ho sopportato e sopporto una sofferenza immensa. Nessuno può immaginare  cosa abbiamo dovuto subire".

I suoi figli come stanno?
"Crescono da bravi ragazzi. Hanno scritto le letterine, di recente".

Quali letterine?
"Quelle per Simone, per la festa del papà, no?"

Sembra un po' tesa.
"E' che ho imparato a non fidarmi dei giornalisti. Mi cercate sempre per le stesse domande. Siete morbosi".

Magari vogliamo solo sapere come sta.
"Affronto la vita".

Palermo era diventata fredda e ostile.
"Ci sono stati certi episodi su cui preferisco non ritornare. Ripeto: è stato necessario andare via".

Ha un desiderio?
"Vorrei il corpo di mio marito qui ad Avellino. Voglio una tomba vicina, su cui piangerlo".

Le mando il pezzo via mail, così lo leggerà in anteprima. E si fiderà un po' di più.
"Ecco il mio indirizzo mail".

La prima parola dell'indirizzo è amore. Qualunque sia la strada, Irene dagli
occhi che non si possono dire ha ricominciato.