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Provocazione siciliana

Soldi per il terremoto?
Nemmeno un centesimo...


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abruzzo, adriano sofri, euro, giacomom di girolamo, terremoto, Cronaca
(E'la presa di posizione durissima lanciata da un giornalista siciliano su Facebook. Adriano Sofri l'ha ripresa e commentata su "Repubblica" di oggi, Il giudizio ai lettori).
Succede che faccia il record di letture e commenti su Facebook un articolo che comincia così: "Io non darò neanche un centesimo di euro per le popolazioni terremotate". Il pieno di Facebook vuol dire alcune migliaia di lettori, poca cosa, direte. Tuttavia l'episodio merita attenzione. L´autore è un giovane giornalista di Marsala, Giacomo Di Girolamo. E´ tutt´altro che cinico. E´ perentorio. "Non dò un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare". È scandalizzato dall´Italia dei pasticci e della beneficenza, "ferma ancora sull´orlo del pozzo di Alfredino". I soldi ci sono, dice: per coprire i pozzi, per gli aiuti ai terremotati, e anche per i tribunali che facciano giustizia. Sono i soldi di chi paga le tasse. "Io non lo dò, l´euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po´ dei loro risparmi. Poi ci fu l´Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento". Ma niente cambia mai, dice. A Marsala, dice, l´Istituto Tecnico è un albergo mutato da trent´anni in scuola, come la Casa dello Studente all´Aquila, e basta uno scirocco ("c´è una scala Mercalli per lo scirocco?") per far venire giù il controsoffitto - in amianto. Il terremoto, dice, è il gratta e vinci della politica. L´articolo, che leggerete per intero sul web, finisce così: "E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci... Io qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d'altronde".
Non è vero che a morire siano sempre solo i poveracci, non è stato vero all´Aquila, ma lo scritto è bello, risoluto, retorico quanto basta - l´annuncio "Non dò un euro, non dò una lira" lo scandisce come un ritornello - ed esprime esemplarmente un´impressione dell´Italia che è di una minoranza non solo dissenziente, ma esasperata. Gli stessi gesti che, a stare ai sondaggi, conquistano il favore della maggioranza, ripugnano a questa minoranza: le lacrime del capo del governo, le gaffe vere e supposte, le dentiere donate, la passerella dei ministri, le trivialità dei cronisti, le vanterie dei telegiornalisti. Per non dire delle ininterrotte ultime novità di legge: le ronde, le denunce dei disgraziati al pronto soccorso, le norme antisismiche addomesticate, le new towns... Una pentola ribollente che vuole scoppiare. I commenti a Di Girolamo sono di due tenori opposti - anzi, due e mezzo. Gli uni di adesione entusiastica, del tipo: "Non avrei saputo dire meglio". Gli altri di dissenso drastico, del tipo: "Parole vanesie per nascondere una grettezza di cuore". E il mezzo? Sono i commenti, numerosi anch´essi, che approvano tono ed esempi, ma danno per scontato che quella del centesimo è una provocazione retorica, e che il proprio centesimo ciascuno fa bene a darlo. A questo mezzo - lasciando da parte i dettagli, in una questione così decisiva - appartengo grosso modo anch´io, e non conoscendo l´autore (che ha pubblicato, vedo, un libro di viaggio con un sacerdote missionario in Ecuador) e pur non volendo essere indiscreto, scommetterei un euro che il suo centesimo è pronto a darlo, e l´ha già dato.
Penso che si sia affidato a quell´espediente retorico, e il risultato gli ha dato ragione. Però si è esposto a un paio di difficoltà. La prima, di offrire una spalla a chi è tanto risentito da mettere a tacere la voce della compassione. Non sarei contento se una mia frase a effetto facesse dire a qualcuno: "Mi hai convinto: non darò una lira...". La contrapposizione dei commenti mi ha ricordato il famoso precetto di Confucio: «Se uno ha fame, non dargli un pesce, insegnagli a pescare». Bella idea, per affrontare alle radici la fame di quel povero (una versione più pregnante dice: «Non dargli un pesce tutti i giorni...»). Ma se l´affamato ce l´hai lì davanti, e magari l´acqua è lontana, e invece di dargli il pesce che hai nel tuo cesto gli fai un bel discorso sul vantaggio di imparare a pescare, quello intanto muore di fame, oppure - ipotesi auspicabile - raccoglie le sue estreme forze e ti salta al collo e ti vuota il cesto.
L´altra difficoltà sta nel ritenere che compassione e solidarietà volontarie siano una complice supplenza alla pubblica inerzia o, peggio, corruzione. La legalità, e le tasse pagate per intero, non renderebbero affatto superflua la mobilitazione personale e volontaria, mai, e a maggior ragione in una disgrazia che tocca tanti. Nel nord Europa che sta agli antipodi dello stereotipo italiano deplorato da Di Girolamo, la solidarietà privata è esemplare, nei confronti del prossimo e del più distante. Sono tanti i giovani che trasformano i regali della festa in donazioni fatte a chi ne ha bisogno, e intestate al festeggiato. Farsi un regalo. Gli italiani che hanno mandato il loro obolo ai loro vicini d´Abruzzo si sono magari, anche, lavati a buon prezzo la coscienza: ma certamente, la gran maggioranza di loro, dunque indipendentemente dal sentimento politico, si sono fatti il regalo di aiutare i loro simili di cui era così facile vedere e immaginare il dolore. Proprio come i genitori di Giacomo Di Girolamo coi loro parchi e degni risparmi.
Adriano Sofri