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La ricostruzione decisiva

La strage di viale Lazio
spiegata dal pentito chiave

Martedì 28 Aprile 2009 - 18:55
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Un gruppo di fuoco deciso dai membri della cupola pose fine alla vita di Michele Cavataio, detto ‘il cobra', boss dall'Acquasanta. Era il 10 dicembre del 1969 e fu una strage: la ‘strage di viale Lazio'. Al processo per la strage sono imputati anche Totò Riina, come mandante, e Bernardo Provenzano come esecutore.

La vicenda rappresenta il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di mafia e che sancì l'ascesa dei corleonesi dentro Cosa nostra. Michele Cavataio era considerato reo del tentativo di ‘allargarsi' e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia. "Michele Cavataio - ha detto Gaetano Grado, ex boss di Santa Maria di Gesù oggi pentito, uno dei partecipanti al commando - era un pericolo pubblico ed era nella nostra lista dei morti non solo perché voleva esercitare l'egemonia su Palermo centro ma perché uccideva gente tanto per fare: carabinieri e poliziotti, per esempio. Cosa nostra - ha aggiunto - non ammetteva che si uccidessero carabinieri e poliziotti: c'erano altri modi che adesso non posso dirvi a rendere inoffensive le istituzioni".

Secondo Grado, a decidere la morte di Cavataio fu la cupola al gran completo: Totò Riina, Tano Badalamenti, Michele Greco, Stefano Bontade. "Il gruppo di fuoco venne deciso così: io parlai per me e portai D'Agostino, Riina propose Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, Giuseppe Di Cristina decise per Caruso". Grado ha ricordato come fu lui ad avere l'idea di indossare divise della polizia, "ma io non la volli indossare - ha tenuto a sottolineare - perché quella era un'azione pericolosa e potevamo morire e io non volevo morire vestito da poliziotto". Perché è "una grande offesa e onta perché in siciliano 'carabiniere' vuol dire infame".


Con una Giulietta blu con la sirena, il commando giunse all'impresa della ditta Moncada e, 'accidentalmente', si cominciò a sparare. Cavataio "ricevette in corpo almeno 200 colpi ma si muoveva ancora, così Provenzano gli scaricò in testa la sua P38". La pistola di Binnu, infatti, s'inceppò, dice Grado, e allora infierì sulla testa di Cavataio con il calcio dell'arma. Ma nell'operazione ci fu un caduto: Calogero Bagarella, fratello di Luchino e cognato di Riina. "Recuperammo il corpo - racconta Grado - e lo nascondemmo nel baule della macchina. Dissi che siccome era caduto con onore doveva essere seppellito con la sua famiglia. Ma Riina disse che era meglio bruciarlo. Ci pensò lui". E ancora oggi non si sa che fine fece il corpo di Calogero Bagarella.

E pensare che Grado voleva uccidere Riina. "Dissi a Stefano Bontade - ha detto in una deposizione al processo - cerchiamo di ammazzare Totò, fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare: ‘lascialo correre sto viddanu tanto da qui deve passare'". Così Grado finì pure per coprire la latitanza di Totò u' curtu: "L'ho portato dal parrucchiere, in boutique, ho speso milioni".

Grado, nella sua testimonianza, è tornato anche sulle ragioni del suo pentimento. "Questi qua, i corleonesi, hanno distrutto la cosa più bella del mondo, e questa non è più Cosa nostra ma cosa loro", ha detto in aula, mentre la memoria ripercorreva tutta la sua carriera criminale. Ha parlato di Luciano Liggio, di Di Cristina, di Vito Ciancimino, di La Barbera e Torretta, della sua latitanza a New York, dei vecchi Gambino. Ricorda con orgoglio i suoi tempi, quando era "il killer più in vista della Sicilia, capace col fucile di non lasciare mai viva una persona". Quando "Cosa nostra era una cosa bella, una cosa che hanno distrutto". Ora Gaetano Grado, però, è in carcere, come tutti i suoi ‘amici', almeno quelli che non sono morti a causa di quella ‘cosa bella'.



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