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A 38 anni dall'assassinio del procuratore

I familiari di Scaglione:
"Ancora nessuna giustizia"


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Oggi ricorre il 38° anniversario del duplice omicidio di Pietro Scaglione, procuratore capo della Repubblica di Palermo, e di Antonio Lorusso, agente di custodia, che saranno ricordati, per decisione dei familiari, con una messa celebrata in forma privata. Scaglione fu ucciso, con Antonio Lorusso, alle 10.55 del 5 maggio del 1971 in via Cipressi, a Palermo, dopo la giornaliera visita nel cimitero dei Cappuccini, dove era sepolta la moglie. Pietro Scaglione, come è stato scritto anche in diverse sentenze, fu un "magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacita' professionali e di assoluta onesta' morale, persecutore spietato della mafia".

"Purtroppo - dicono i familiari del procuratore con amarezza - le indagini dell'autorità giudiziaria di Genova, durate più di vent'anni, non hanno consentito l'individuazione e la condanna degli autori del crimine. E' stato però accertato, in sede giudiziaria, che i possibili moventi del delitto sono in ogni caso da ricollegare all'attività svolta 'in modo specchiato' dal magistrato, soprattutto nella lotta contro la mafia".

Nella sua lunga carriera di giudice e di pubblico ministero, iniziata nel 1928, Pietro Scaglione si occupò, infatti, di gravi episodi di mafia e dei misteri siciliani, dal banditismo agli assassini dei sindacalisti, fino ai delitti degli anni Sessanta e Settanta. Dopo la strage mafiosa di Ciaculli del 1963, grazie soprattutto alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura diretta da Scaglione, "le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse", come si legge nella Relazione conclusiva della commissione parlamentare Antimafia del 1976. Successivamente, a partire dal 1970 - come affermò Paolo Borsellino in una intervista del 2 febbraio 1987, "la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolate, che dietro di loro non c'era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Accadde così per Scaglione". In questo contesto, scrisse Giovanni Falcone, la sua uccisione ebbe sicuramente "lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino".

Il procuratore svolse anche, con impegno e dedizione, la funzione di Presidente del Consiglio di Patronato per l'assistenza alle famiglie dei detenuti ed ai soggetti liberati dal carcere, promuovendo, tra l'altro, la costruzione di un asilo nido. Per queste attività sociali, gli fu conferito dal ministero della Giustizia il diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d'oro. Infine con decreto dello stesso ministero della Giustizia del 1991, previo parere del Consiglio Superiore della Magistratura, Pietro Scaglione è stato riconosciuto "magistrato caduto vittima del dovere".