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Salta la norma antiracket, il commento

L'occasione mancata


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Sarebbe stato un segno che i tempi sono cambiati, che gli imprenditori che hanno avuto il coraggio di denunciare i propri esattori avevano ragione a scommettere in una nuova politica che si ponesse al loro fianco. Niente da fare. La norma del disegno di legge sulla sicurezza che imponeva l'obbligo di denuncia per chi subisce il racket del pizzo è stata cassata in commissione. Il ministro Maroni, che si era impegnato in tal senso sin dal giugno scorso di fronte alle maggiori realtà antiracket italiane, spera ora di rispescare nel dibattito alla Camera almeno la norma che esclude dalle commesse pubbliche chi ha pagato il pizzo senza denunciare.

Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, spera in un compromesso. "Da un lato potrebbe non bastare un semplice indizio di pagamento del pizzo per escludere un'impresa dagli appalti - ha spiegato a Radio24 - dall'altro è esagerato attendere il rinvio a giudizio. Si può trovare una norma secondo cui viene senz'altro accertato il pagamento del pizzo e viene accertata l'esistenza dell'estorsione, dall'altro viene accertata la mancanza di uno stato di necessità per cui uno può avere agito per salvare sé o altri da un pericolo alla persona". Una soluzione di compromesso difficile da applicare però. Chi riceve una richiesta di pizzo ha sempre timore dell'incolumità sua, della sua famiglia e della sua stessa azienda.

Il fatto è che non è stato possibile far passare un concetto fondamentale se si vuole fare una lotta seria al racket del pizzo. Chi subisce le estorsioni e non denuncia, indebolisce di fatto chi invece fa una scelta in controtendenza. Così chi denuncia finisce per essere un po' la 'pecora nera', colui che in questo modo evidenzia la condotta silente della maggior parte di commercianti e imprenditori. Colui che 'rompe' il cosiddetto quieto vivere.

Eppure l'impostazione della proposta di legge, sottoscritta principalmente dalla Federazione della associazioni antiracket italiane, inseriva nel sistema un mix di sanzioni che avrebbe potuto incidere sulla drammatica situazione di commercianti e imprenditori sottomessi dalla mafia. Come per chi assume sostanze stupefacenti, il prefetto avrebbe potuto comminare sanzioni amministrative che andavano dalla sospensione delle licenze al divieto a contrarre con la pubblica amministrazione. Un segnale che chi paga, silente, viene sanzionato. Non arrestato o accusato di favoreggiamento. Così agli esercenti è stata tolta una possibile arma contro gli aguzzini dei clan. Se qualcuno si fosse presentato si sarebbe potuto dire che "non posso pagare, altrimenti mi tolgono la licenza, io non lavoro più e voi di certo non incassate". Ha vinto, invece, chi ha sempre considerato che deve essere lo Stato a salvaguardare le attività che, intanto, pagano la mafia, scaricando questo costo sui consumatori. Senza capire, invece, che l'unica possibilità sta in una pressa di coscienza collettiva del mondo imprenditoriale e del commercio. Nella denuncia collettiva. Perché lo Stato siamo noi e se si denuncia in massa, Cosa nostra non potrà attentare a tutta la classe imprenditoriale. "Io non condivido le mie scelte con nessuno" diceva Libero Grassi, "è una questione di dignità". Qualcuno sembra avere dimenticato la sua lezione.