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Mafia, i retroscena degli ultimi blitz

A un passo dalla guerra


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L'arsenale ritrovato oggi nelle campagne di San Martino e in via Altofonte fa il paio con le armi ritrovate a villa Malfitano sabato scorso. Due 'cordate' in seno a Cosa nostra erano pronte a scatenare una guerra per conquistare i vertici. Due collaboratori decisivi per i ritrovamenti e un unico uomo sfuggito alla retata di dicembre: Gianni Nicchi. "U picciuttieddu" avrebbe consentito alla stampa di milioni di euro falsi a Pagliarelli

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Due fucili a canne mozze e uno a pompa, una pistola a tamburo calibro 357 magnum, migliaia di munizioni e una divisa da carabiniere. Questo l'arsenale trovato oggi a San Martino delle scale e in via Altofonte, nei dintorni di Palermo. Due pistole semi automatiche, due revolver, due mitragliatori di fabbricazione croata con silenziatore, un fucile a pompa, una granata, migliaia di munizioni di vari calibri, anche da guerra, e un giubbotto antiproiettile. Questo, invece, l'armamento trovato la settimana scorsa a villa Malfitano, in cima a via Dante, nel cuore del capoluogo. Due fazioni di Cosa nostra erano pronte a farsi la guerra. Non parliamo di decenni fa, di corleonesi o di Totò Riina, facciamo riferimento a quanto stava per succedere a Palermo se procura e carabinieri non avessero dato via all'operazione "Perseo" nel dicembre scorso.

Due fazioni armate. L'arsenale trovato oggi, seguendo le indicazioni del nuovo pentito Fabio Manno, apparterrebbe alla famiglia mafiosa di Palermo Centro (Porta Nuova, Borgo vecchio). Il boss Gaetano Lo Presti, morto suicida in carcere subito dopo la retata, avrebbe fatto nascondere le armi a casa dello stesso Fabio Manno e della zia di questi, sorella di Gerlando Alberti , "u paccarè". Sarebbero servite a difendere il gruppo guidato da lui e Gianni Nicchi a cui avrebbero aderito anche le famiglia di Brancaccio, Pagliarelli, Porta Nuova, Boccadifalco, Noce e San Lorenzo.

Dall'altra parte lo schieramento guidato da Benedetto Capizzi e suo figlio Sandro. In una intercettazione in carcere, contenuta nell'inchiesta che ha portato all'operazione "Eos" dei carabinieri del comando di Palermo, Carmelo Militano parla della cordata: "Noi abbiamo 13 paesi, abbiamo 13 paesi nella mani...". E spiega che la cordata è riconducibile ai Lo Piccolo e che nell'alleanza c'erano anche Bagheria, Trabia, Carini, Torretta, Villabate, Corleone, San Giuseppe Jato. Fu proprio allora che Agostino Pizzuto, il giardiniere di villa Amalfitano, ha rivelato: "Io ho tutto pronto: due trentotto, due calibro nove, un fucile a pompa (si intende dal labiale, ndr), una scopetta, una... col silenziatore e una mitragliatore... cinquecento colpi calibro nove, cinquecento colpi calibro trentotto... abbiamo materiale!". Praticamente l'arsenale trovato a Villa Amalfitano grazie alle indicazioni date da Michele Visita, presunto esattore del pizzo, fermato nell'operazione "Eos".

Dollari. I carabinieri hanno anche scoperto una massa di biglietti da 100 dollari falsi, stampati in proprio dal clan, sequestrandone 10 milioni. Il pentito Fabio Manno fa risalire l'idea a suo nipote Salvatore Manno che l'avrebbe realizzata con l'avallo del vecchio zio Gerlando Alberti, "u paccarè". I macchinari, stando alle dichiarazioni del collaboratore, sarebbero stati acquistati a Firenze e portati in un deposito adibito a stamperia nel territorio di Pagliarelli, sotto l'egida di Gianni Nicchi a cui sono andati 500 mila dollari falsi per l'ospitalità concessa. Altri 500 mila euro sarebbero stati utilizzare da Gerlando Alberti per acquistare smeraldi provenienti dal Brasile per mille 500 carati. Nel paese sudamericano, poi, saranno arrestate le persone che tentavano di disfarsi dei biglietti verdi. Le indagini sul riciclo dei dollari falsi sono condotte in collaborazione col Fbi. La vicenda ci ritorna indietro un'alleanza di ferro fra la famiglia di Porta nuova e il latitante Gianni Nicchi, a capo della famiglia di Pagliarelli e, oggi, unico rimasto a piede libero.