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L'ex sindaco di Palermo e una vecchia polemica

Orlando e i cassetti della Procura:
"Ma non rinnego niente"


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Il giorno della memoria è senza rimpianti per Leoluca Orlando. Nel diciassettesimo anniversario della strage di Capaci è tappa obbligata ripercorrere fatti e avvenimenti che videro protagonista Giovanni Falcone. Una storia indissolubilmente intrecciata a quella dell’ex sindaco di Palermo che affronta, con l’abituale foga, senza tentennamenti, anche quella stagione che lo vide contrapposto al giudice sul difficile tema dell’intreccio tra Cosa Nostra e politica.
“Oggi rifarei esattamente quello che ho fatto allora” afferma deciso riferendosi all’esposto presentato al Consiglio superiore della magistratura nell’autunno del 1991, un anno prima della strage di Capaci, assieme ad altri due esponenti del neonato movimento ‘La Rete’, Alfredo Galasso e Carmine Mancuso.
In quelle diciannove pagine, entrate nella storia della lotta all’organizzazione criminale, il paladino dell’antimafia invocava l'intervento dell’organo di autogoverno della magistratura per fare luce, come disse allora, su “irregolarità, inadempienze e manchevolezze riguardanti la conduzione di processi e di inchieste in cui sono implicati politici e mafiosi”. I famosi "cassetti della Procura". “Mettere le mani avanti – argomentò - distinguendo tra responsabilità politica e responsabilità penale significa, ancora una volta, esprimere debolezza, titubanza, incertezza”. Un pesante j’accuse, quello di avere insabbiato le inchieste su delitti eccellenti e rapporti tra politici e mafia, dal quale anche il giudice Falcone, in quel periodo direttore generale degli affari penali presso il ministero della Giustizia, fu chiamato a difendersi.


Che ricordo ha, oggi, di quell’episodio?
“Ho sempre sostenuto – dice oggi Orlando - e continuo a sostenere che ognuno deve fare il suo dovere. Io, come politico, ho denunciato allora e denuncerò sempre quando ritengo che ci siano collusioni con la mafia. Il magistrato, poi, farà il suo dovere e agirà quando ha le prove. Ma questo non esime me, in quanto politico, dal denunciare. Oggi agirei esattamente come ho agito nel 1991 e continuerei ad apprezzare Falcone per tutto quello che ha fatto”.
Fu una vicenda che incrinò i vostri rapporti?
“Di questo preferisco non parlare, proprio perché è un fatto personale. Ma mi viene in mente un ricordo relativo ad un incontro con il giudice istruttore Chinnici, al quale dissi chi pensavo che potesse essere, a mio parere, il responsabile politico dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Lui mi rispose: “Vede quale è la differenza tra me e lei: lei fa il politico e può dire quello che vuole, io faccio il magistrato e ho bisogno delle prove”. Io rispetto questa differenza. Ma il mio giudizio politico su Andreotti non cambia, così come non cambia la mia idea che bisogna colpire il rapporto tra mafia e politica”.
Crede che oggi la magistratura abbia strumenti più incisivi per svelare l’intreccio mafia e politica?
“Adesso c’è una grande opportunità d’indagine offerta dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Se sarà bloccata da questo governo sarà meno facile ottenere prove”.
A che punto è oggi, secondo lei, la lotta dello Stato a Cosa Nostra?
“Oggi si può esprimere grande apprezzamento per le forze dell’ordine e per i notevoli successi riportati in questi anni dallo Stato. Al tempo stesso, registro anche una società civile finalmente consapevole, che rifiuta la sottomissione alla criminalità organizzata, che si ribella. Penso agli imprenditori, agli studenti nelle scuole, a tutte le persone che sembrano avere compreso che non è conveniente subire il giogo di Cosa Nostra, ai commercianti che rifiutano di subire il racket”.
Rimane, invece, irrisolta la questione mafia-politica…
“Infatti, oggi il vero tema riguarda la questione dei rapporti, che esistono e che vengono drammaticamente confermati da indagini in corso, tra Cosa Nostra e politica. Rapporti spesso connotati dal ricorso al voto di scambio. Penso a Cuffaro come ad Antinoro o a Dina, tutti casi che testimoniano emblematicamente l’esistenza di zona di ambiguità e complicità, che contrastano con i segnali di ribellione che si manifestano in altri settori. Sarebbe diverso se anche i politici si attenessero a quel codice etico che hanno coraggiosamente adottato gli imprenditori di Confidustria in Sicilia”.
Eppure questa politica ha il consenso degli elettori…
“E’ l’anomalia del nostro paese e della nostra isola. Oggi c’è una specie di addormentamento delle coscienze, un imbarbarimento etico. E’ come se si fosse perso il valore del voto, come se votare fosse una variabile indipendente. Si vive in un modo e si vota in un altro, in un contrasto radicale, come se non si avesse consapevolezza che questa scelta determina la qualità etica di un paese. Il male dell’Italia, che in Sicilia diventa mafia, una nuova mafia, è il conflitto di interessi, vero cancro della nostra società, che oggi diventa il pizzo dei pizzi”.
Ci racconti un ricordo personale di Falcone
“Ne ho tanti, ma forse il primo che mi viene in mente risale alla fine degli anni ’80, era un sabato sera. Quel giorno, in gran segreto, a Palazzo delle Aquile, mentre il municipio era deserto, ho celebrato il matrimonio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Ero da solo, niente fotografi, niente invitati. Un ricordo carico di grande significato anche perché è l’espressione del dramma che si viveva in questa città”