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Il dottor Sottile

Lombardo e gli altri peccatori
Morta la Sicilia, viva la Sicilia


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Ora che Raffaele Lombardo ha raddoppiato di colpo il proprio potere, ora che Toto' Cuffaro, come in un film di Cipri' e Maresco, e' stato crocifisso per la seconda volta e spogliato di tutti i suoi averi, ora che Gianfranco Micciche' ha avuto il coraggio di mettere nel conto anche la propria espulsione dal Pdl pur di spezzare la corda che Alfano e Schifani volevano stringergli al collo, ora che la Sicilia un governicchio bene o male ce l'ha vogliamo finalmente avviare un collettivo esame di coscienza per capire da dove e' arrivato il dissesto al quale abbiamo assistito e, soprattutto, da quali focolai e' divampato l'inenarrabile focu granni che ora minaccia di bruciare quel che resta dell'economia siciliana?
Teoricamente, e' bene ripeterlo, il governo nato dalle elezioni dell'anno scorso avrebbe potuto durare, felice e contento, per l'intera legislatura. Il centrodestra aveva raccolto il 65 per cento dei voti e non c'era opposizione in grado di contrastarlo.
Ma nei fatti si e' scatenata una tale girandola di contrasti che, alla fine, ha stritolato non solo il presidente della Regione, con il suo piccolo Movimento per l'autonomia, ma anche quell'elefante chiamato Popolo della Liberta'. Un partito che, oltre ad avere i numeri, mostrava anche di avere leader in grado di pilotarlo verso nuovi e piu' ambiziosi traguardi. Il Pdl siciliano poteva contare su un grande uomo delle istituzioni, come Renato Schifani, presidente del Senato ma conosciuto nel mondo e in altri siti come la Seconda Carica dello Stato; poteva contare su due ministri tra i piu' amati da Berlusconi, Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo; e soprattutto su Gianfranco Micciche', sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autore, nel 2001, del famoso sessantuno a zero, quel "cappotto" cioe' con il quale Forza Italia ridusse al lumicino i partiti della sinistra.
Il primo esame di coscienza, per capire da dove sono venuti tutti questi guai, dovrebbe forse farlo proprio lui, il piu' alto in grado: Renato Schifani. Appena eletto al vertice di palazzo Madama, e' stato il primo a mettersi di traverso: pretendeva di dettare la linea, e pretendeva soprattutto che Lombardo lo consultasse su ogni dettaglio per il semplice fatto che, non avendo ancora la Sicilia un coordinatore di Forza Italia, l'unica "autorita'" rivelata era lui, il presidente del Senato, autoproclamatosi in virtu' dell'alto ruolo padre padrone del partito. Chiunque abbia letto in questi dieci mesi i giornali ricordera' le sue azioni invasive, a cominciare dalla ruggine esplosa all'improvviso tra Diego Cammarata, suo fedelissimo, e il presidente della Regione. E restano ancora agli atti le dichiarazioni con le quali sia Micciche' che la Prestigiacomo rimproveravano alla Seconda Carica dello Stato il vizietto di occuparsi troppo della Sicilia. Chi non ricorda la festa del pistacchieto, in quel di Bronte, dove Schifani, a cavallo di Natale, sanci' la propria alleanza con la famiglia catanese di Pino Firrarello e Giuseppe Castiglione, oggi coordinatore regionale del Pdl e primo dirimpettaio di Raffaele Lombardo? Un dirimpettaio sanguigno. Talmente duro che il Governatore, per sfuggire alla morsa, ha preferito far saltare il banco e ripartire da zero.
Evviva la Sicilia.
Un accurato e convinto esame di coscienza dovrebbe pure farlo Angelino Alfano che, dal giorno della sua nomina a ministro Guardasigilli, ha lasciato la carica di coordinatore regionale ma non e' riuscito a far si' che venisse subito nominato un successore.
Il partitone - con le sue tante anime, tutte cariche di risentimenti, rancori e ambizioni - e' rimasto per dieci mesi in balia delle onde, con una situazione sin troppo sfilacciata e all'interno della quale ciascuno poteva comodamente ritagliarsi ogni liberta' di azione. Arrivando al paradosso per cui gli amici di Micciche' difendevano Lombardo anche oltre ogni ragionevole dubbio, mentre gli amici di Schifani e Castiglione - a cominciare da Francesco Cascio, presidente dell'Assemblea regionale, fino al capogruppo Innocenzo Leontini - non perdevano occasione per tentare di imporre una linea diametralmente opposta. Alfano, per quanto gli e' stato possibile, ha cercato di stare il piu' lontano possibile dalle diatribe. Ma alla fine, anche per non dispiacere Schifani con il quale divide la leadership della maggioranza del partito, ha preso il coraggio a quattro mani e ha detto si' alla nomina di Castiglione. Solo che il nuovo coordinatore ha interpretato l'incarico a modo suo, con uno spirito smaccatamente etneo e impregnato di una vecchia e mai sopita rivalita' con Lombardo. Fino alla rottura definitiva. Un esame di coscienza tocca pure a Micciche' che spesso ha utilizzato il suo rapporto privilegiato con il Governatore e la pesante presenza dei suoi uomini in giunta, non solo per riguadagnare le posizioni di potere che la tenaglia di Schifani e Alfano gli aveva prosciugato ma soprattutto per applicare nei confronti di Toto' Cuffaro, gia' crocifisso da una condanna del Tribunale e dalle forzate dimissioni da presidente della Regione, la stessa cinica spoliazione adottata nei suoi confronti dalla nuova leadership del Pdl. Ricordate quando Lombardo e Micciche' in una lunga notte di chitarra e coltello (ma si', divertiamoci pure con Borges) si accaparrarono tutti i vertici della burocrazia regionale lasciando praticamente in braghe di tela tutti i Cuffaro boys?
Ma il mea culpa piu' sonoro e penitente dovrebbe farlo lo stesso Lombardo con quel suo carattere cosi' attorcigliato che certamente non semina ne' simpatia ne' facilita' di rapporti. Accerchiato oltre ogni limite di sopportabilita', il presidente della Regione e' andato avanti, per tutta la durata del suo primo governo, senza mai tentare una mediazione politica. Con la convinzione che gli sarebbe bastato comunque Micciche' sia per fronteggiare la corazzata di Schifani e Alfano, sia per svuotare tutte le postazioni di potere che, per sette e passa anni, erano appartenute al Toto' Cuffaro, suo predecessore. Nella totale mancanza di iniziativa e di mediazione politica, l'unica erba che e' cresciuta alla Regione e' stata quella del moralismo. Un moralismo di stampo orlandista basato su un principio tanto caro all'ex sindaco di Palermo: "Chi non e' con me e' con la mafia, con la corruzione, col malgoverno. Solo io sono il puro e solo chi sta con me potra' godere della stessa purezza". Con una differenza: che Leoluca Orlando, bene o male, batteva in lungo e in largo l'Italia per esaltare se stesso e i professionisti dell'antimafia che gli andavano dietro. Lombardo invece, affiancato e coperto dal moralista di turno, ha sempre tenuto le mani nel potere e ha piazzato i propri uomini negli snodi piu' delicati. Ora piagnucola perche' i cattivi della Pdl e quel reprobo di Cuffaro vogliono inchiodarlo a un calvario ancora piu' doloroso. "Ciascuno si sceglie il ladrone accanto al quale morire", scriveva Gesualdo Bufalino. Il presidente della Regione non si e' scelto un ladrone ma un moralista. Il risultato non cambia: la sua croce ha gli stessi chiodi, sulle sue ferite brucia lo stesso aceto.