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La Nota sui mercati del 31 maggio 2009

Fed in trappola e borse al bivio


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ECONOMIA: l'inflazionamento

Questa settimana ha fornito ampia conferma che è in atto un processo inflazionistico portentoso. Il dollaro ha perso un altro punto percentuale, l'oro si approssima a quota mille, il petrolio ha fatto un balzo di quasi il 10% ai massimi da sei mesi (con il maggior guadagno mensile dal 1999, +27%), l'indice  Goldman Sachs Commodities è salito del 5%, il Baltic Dry Index ha fatto 19 sedute consecutive al rialzo. I mercati azionari emergenti sono in piena bolla, la Russia ha guadagnato oltre il 7%, l'India oltre il 5%, portando gli incrementi annui rispettivamente al + 72% e al + 51%, mentre la Cina è a + 45%, il Brasile a + 42%. Le valute delle nazioni "commodity" hanno messo a segno altri incrementi settimanali : il Sud africa+ 4%, la Nuova Zelanda + 3%, il Brasile + 3%, l'Australia + 2%, il Canada + 2,7%. Nel frattempo i rendimenti sui decennali USA sono balzati di 30 cts. fino al  3,74%, prima che una manipolazione della Fed li riportasse nel finale  al 3,5%; il mercato ipotecario è diventato tumultuoso, le obbligazioni di Fannie sono salite di mezzo punto percentuale di colpo, concludendo con un rialzo di 20 cts. nonostante la Fed; vi sono mercati per le coperture sui tassi d'interesse in difficoltà con prezzi discontinui, in preda a volatilità anomale. Comunque questo tumulto non ha intaccato le obbligazioni aziendali i cui differenziali sono anzi scesi nonostante la nuova esplosione di emissioni, nè il mercato dei bond spazzatura che ha beneficiato di forti acquisti, così come quello dei mercati emergenti che ha visto scendere nettamente il rendimento dei titoli brasiliani e messicani, mentre il costo delle coperture assicurative sul rischio di default di tali paesi è  a livelli che non si vedevano dal 2007. Insomma, pare che nonostante il tesoro USA si sia preso il raffreddore, gli altri non ne abbiano risentito e non si siano presi la polmonite come succedeva in passato.

La difficoltà incontrata dal dollaro e dai titoli di stato ed ipotecari americani è facilmente comprensibile. Da una prospettiva globale, il dollaro debole aumenta l'orientamento inflazionistico, così come prima dello scoppio della crisi, quando la crescita economica pimpante era frutto dell'incremento dei prezzi energetici e primari. La svalutazione del biglietto verde lavora anche nel senso di rinforzare i già cospicui flussi finanziari ai mercati emergenti e agli assets "non-dollaro" in genere. Vi sono aspetti dell'inflazione che appaiono seducenti per chi anela alla ripresa a tutti i costi, e l'improvviso miglioramento delle condizioni finanziarie globali sta supportando un miglioramento nella situazione economica. Gli ottimisti che guardano all'Asia e ai paesi in via di sviluppo come motori della ripresa  auspicano quindi un dollaro debole a breve termine, come supporto a tale scenario. Il dollaro debole insuffla nuovamente aria nella Bolla globale della finanza pubblica, e molti paesi hanno oggi una flessibilità senza precedenti nell'emissione di debiti nuovi, senza timori di reazioni negative del mercato.

Ancora una volta ritengo opportuno sottolineare il drammatico cambiamento nelle circostanze  che stanno crescentemente imponendosi sui mercati e sulle economie, in tutto il mondo. Durante gli anni 90 - e tramite il "Re Dollaro" nel periodo precedente- ci fu un orientamento inflazionistico predominante che dirigeva i flussi AL Centro del sistema globale (gli USA), e quando ci fu la crisi che inizialmente scoppiò in Messico per poi trasmettersi ad  Asia, Russia, Argentina, la risposta immediata fu un improvviso dietrofront dei flussi finanziari da tali paesi verso i titoli e la valuta americana. La crescita dei flussi speculativi, già evidente all'epoca, ai primi segnali di problemi si rivolse dai maggiori rendimenti ottenibili nei paesi emergenti, al dollaro e agli USA considerati il bene rifugio per antonomasia. Il Centro dominava totalmente il sistema, e ciò offriva alle sue banche centrali (specialmente la Fed) una libertà di movimento straordinaria. Lo spostamento  dei flussi speculativi dalla Periferia AL Centro ha catalizzato crisi finanziarie, insieme a una generale instabilità economica e finanziaria, ma ha anche favorito un contenimento delle pressioni inflazionistiche globali; o, per dirla meglio, la natura del flusso inflazionistico della finanza ha tenuto le pressioni inflazionistiche limitate al dollaro e ai suoi mercati finanziari (all'epoca li definivo "Bollaro"), lontane dall'energia, dalle commodities e dalla tradizionale inflazione al consumo (a fine anni 90 il petrolio, ad esempio, tocca i suoi minimi in area 10 dollari, l'oro a 250, mentre il dollaro arriverà sotto 0,90 con euro).

Poi il retroterra finanziario ed economico globale è cambiato profondamente. Oggi, esiste un potente orientamento inflazionistico che dirige i flussi in senso opposto, DAL Centro alla Periferia, e questa dinamica serve a capire il clamoroso cambiamento nel costo e nella disponibilità del finanziamento ai paesi sottosviluppati negli ultimi anni, che ha portato ad una virtualmente illimitata disponibilità a basso costo che ha finanziato l'epocale boom degli asiatici.

Certo, questo flusso si è interrotto di colpo durante la crisi credtizia dello scorso anno. Ma  adesso la dinamica dei flussi DAL Centro alla Periferia è  ripresa come prima, più di prima, ciò perchè  è nella natura di questo tipo di dinamica che se un simile andamento riprende, è probabile riprenda più forte che mai (basta pensare ad esempio a cosa successe dopo il caso LTCM o dopo la bolla dei tecnologici).
Questa analisi serve a inquadrare l'attuale sovraperformance dei mercati periferici rispetto a quelli centrali. Ma cosa dimostra? è positiva o negativa?
ebbene,  dimostra vi sarà una ripresa economica globale più rapida e forte di quanto si attenda, che si accompagnerà a una sorprendente (per il consensus) inflazione globale. La maggioranza oggi crede vi siano soprattutto rischi di deflazione: si ritroverà sorpresa da quanto succederà contro le sue previsioni (come in passato, del resto). Tutto è pronto per un  revival delle materie prime, che darà sostegno pure alla bolla azionaria globale, per un pò di tempo. Ciò detto, resto convinto che la dinamica DAL Centro alla Periferia si rivelerà profondamente negativa per gli USA.  Infatti, il nucleo centrale di questo storico reindirizzamento dei flussi globali e delle pressioni inflazionistiche è la conseguenza del crollo del dollar standard. Politiche fallaci, la risultante struttura economica malamente squilibrata, e la svalutazione, hanno posto termine al regno del dollaro come  valuta di riserva nel mondo, perchè mettono in crisi la percezione di moneta in grado di difendere il valore. Certo, oggi non c'è alcuna moneta in grado di rimpiazzare il dollaro, ma questo non fa altro che dimostrare come il sistema finanziario globale operi malamente in condizioni di grande incertezza.

Ed è certo comunque che l'epoca di signoraggio e dei grandi benefici rivenienti agli USA da decenni grazie al fatto di poter emettere moneta internazionale, sta volgendo alla fine. Le patetiche autorità americane ancora credono di poter inflazionare il credito e manipolare i tassi d'interesse, senza dover pagare un prezzo per ciò. Ma la nuova realtà globale è che i mercati valutari protestano di fronte ai massicci deficit fiscali USA e pretendono rendimenti superiori a quelli offerti dal governo. In due settimane il decennale è passato da quasi il 3% al 3,75%: è l'inizio della rivolta dei creditori?

Una dinamica forte DAL Centro alla Periferia e il rimergere della vulnerabilità del dollaro sono una combinazione potente. I mercati azionari ancora fanno finta di non vedere a cosa possa portare la prospettiva di una Fed che stampa moneta all'impazzata per calmierare i tassi d'interesse, ma quelli valutari hanno iniziato ad agitarsi e, ad un certo punto, deflussi crescenti dal dollaro obbligheranno la Fed  a tenerne conto. La banca centrale sarà forzata a scegliere se affrontare una crisi valutaria o affrontare un rialzo dei tassi, e in quel momento i mercati azionari si troveranno di fronte a una sorpresa potenzialmente molto negativa per le prospettive di crescita su cui basano il loro ottimismo attuale.

Concludendo, le cose stanno andando nel verso qui indicato da inizio anno con le previsioni dello scenario base: materie prime al rialzo, dollaro al ribasso, rendimenti al rialzo, borse in rimbalzo. Finora la correlazione è stata la seguente:

Riduzione della propensione al rischio (e quindi aspettative di recessione)= borse e materie prime giù= bond e dollaro sù (entrambi intesi come bene rifugio).

Aumento della propensione al rischio (e quindi aspettative di ripresa economica)= borse e materie prime sù= bond e dollaro giù.

Adesso però il duo bond-dollaro sta perdendo il suo status di bene rifugio, acquisendo quello di bolla a rischio che sta  iniziando a emergere a prescindere dall'andamento congiuturale.

Per cui,  nel breve termine, di fronte ad un improvvisa riduzione della propensione al rischio, magari potrebbe ancora funzionare pavlovianamente la correlazione precedente; e quindi si potrebbe assistere a momentanei violenti rinforzi di bond e dollaro. Ma, è solo questione di tempo, prima o poi sarà la crisi del bond e del dollaro che metterà in crisi le borse e (in misura molto minore, perchè espresse in dollari) le materie prime. Questa settimana se ne è avuto un assaggino.

MATERIE PRIME: implicazioni macro

Queste ultime potrebbero a loro volta  interagire negativamente con il quadro macroeconomico. Il rialzo dei prezzi  può diventare un ostacolo alla crescita di per sè, il momento in cui sfuggisse di mano: sebbene i recenti tagli degli investimenti produttivi hanno avuto finora solo effetti limitati, nel corso del 2010 potrebbero provocare un classico shock, con peggioramenti acuti dei deficit esteri degli USa e del Centro in genere, togliendo risorse ai piani di stimolo, e bloccando un eventale ripresa dei consumi. Naturalmente la corsa potrebbe fermarsi spontaneamente non appena venisse meno la credenza di una ripresa a V nel 2009, e ci si convincesse che i "germogli verdi" sono solo un segno di stabilizzazione dell'attività economica, ma su livelli più bassi che in passato, e non un ritorno alla crescita,  scenario a L. In questo caso l'attuale rialzo dei prezzi delle materie prime si rivelerebbe un falso segnale (così come il rimbalzo delle borse e  gli afflussi speculativi verso i paesi emergenti) causato da fattori tecnici come la costituzione di scorte a prezzi bassi , venuti meno i quali riemergerebbe la mancanza di crescita reale nella domanda, che porterebbe i prezzi ad adeguarsi come minimo ad uno scenario intermedio a U. Non va domenticato infine che i paesi esportatori di materie prime e le loro valute sono vulnerabili a una contrazione della propensione al rischio, il cui aumento ha finora spinto il denaro caldo verso di loro (Russia, Sud Africa, Australia ed altri) con il dollaro debole a fare da propulsore.

I preziosi ancora al rialzo: l'oro sale del 2,3% (+11% da inizio anno),e l'argento +4,9%(+38%). Gli industriali ancora al rialzo: il rame sale del 4%(+49%), il petrolio fa meglio di tutti con +7% (+46%) e pure il gas naturale dà segni di vita +6% (-31%). Agricoli ancora al rialzo, con il grano a +6%. L'indice generale CRB avanza del 3,7% (+10%).

Il petrolio ha fatto ancora meglio dell'oro, per cui il rapporto oro-petrolio è sceso a 14,7 bucando al ribasso la media a 200 giorni. In teoria ciò significa che siamo sempre più in fase di ottimismo, per cui anche se  l'inflazionismo  fa salire entrambi, l'oro nero sovra performa il giallo, e ciò è coerente con la positività delle borse. Il petrolio è stato sostenuto dalla decisione dell' OPEC, che produce il 40% del totale, di lasciare inalterati i livelli di produzione decisi a marzo, fino al prossimo meeting di settembre.

Sostanzialmente ignorato dai mercati il "caso" Nord Corea. Eppure, dopo i test nucleari , vi sono state anche esplicite minacce di attacco al Sud Corea  in caso di interventi americani sulle navi nord coreane tesi a bloccare eventuale materiale nucleare. Per ora non ci crede nessuno.

Si conclude con : petrolio a 66,3(luglio) gas naturale a 3,84(luglio) oro a 979(giugno) argento a 15,6(giugno) platino a 1196 (luglio) palladio a 236(giugno) rame a 220(giugno) soia a 1193(luglio) oro-petrolio a 14,7.

CAMBI: la partita sul dollaro


L'indice del dollaro ha perso un altro 0,9% scendendo a 79,3 (-2,5%).Ha continuato a perdere soprattuto con le valute commodities, ma anche con franco svizzero, sterlina ed euro, recuperando modestamente solo con lo yen giapponese che  è stata dunque la peggior valuta della settimana. Nel mese di maggio il dollaro ha perso il 6,5% e si trova adesso ai minimi da inizio anno. I motivi per vendere dollari non sono mancati. In settimana è uscita la revisione del PIL USA nel primo trimestre che ha confermato il peggior periodo economico semestrale degli ultimi 51 anni; le autorità hanno avvisato che la ripresa potrebbe slittare al 2010; il crescente debito nazionale continua a far temere per il rating;  ed ancora una volta si sono sentite voci internazionali a favore di un abbandono del dollaro come moneta di riserva mondiale. Tutti questi legittimi motivi, non implicano però problemi immediati, per cui non è da escludere che se torna sotto i riflettori la paura , il dollaro possa momentaneamente riemergere dall'abisso in cui sta sprofondando: già la prossima settimana  un calendario pieno di eventi rischiosi potrà fare chiarezza perchè mostrerà dove ci si colloca nella scala che va dalla depressione alla ripresa. Finora si è festeggiata la decelerazione nella caduta, adesso per proseguire ci vogliono

segnali chiari di crescita effettiva. Inoltre, essendo il dollaro debole diventato fattore di freno per la borsa  assieme alle vendite di bond, a loro volta preoccupanti per gli effetti sui tassi ipotecari, le autorità americane potrebbero cercare di sostenerlo in qualche modo.

L' Euro ha fatto un nuovo record 2009 nella quotazione con il biglietto verde, ed è salito con yen, ma ha perso terreno nei confronti di tutte le altre valute, inclusa la sterlina. Ciò perchè i dati macro europei continuano a restare molto negativi, il PIL tedesco  ha deluso, inoltre la vicenda Opel mostra come la politicizzazione e la nazionalizzazione dell'economia vada avanti imperterrita anche da questa parte dell'Atlantico, mentre i prezzi al consumo europei  complicano la posizione della BCE attesa la prossima settimana al varco. Ci si aspetta che tenga i tassi fermi, ma l'attenzione sarà soprattutto su quello che comunicherà. Tecnicamente  EURUSD, dopo l'attesa correzione,  ha superato di nuovo  quota 1,4 facendo nuovi massimi per l'anno, con massimi e minimi sempre maggiori, classico segnale di trend crescente ed è arrivato sopra a 1,41, cioè al 50% dell'intera caduta da 1,60 a 1,23. Adesso la prossima resistenza si trova a 1,423 confluenza del canale rialzista dove transita anche un ritracciamento di fibonacci dell'ultimo grande movimento da 1,47 a 1,24  poco sotto il picco dicembrino segnato a 1,436,  baluardo finale prima di 1,47 che -come illustrato più volte- rappresenta la linea del piave, oltre la quale si prospetta un ritorno ai massimi assoluti.

OBBLIGAZIONI: FED in trappola

Negli USA  i futures sul tasso a tre mesi scadenza dicembre 2009 quotano 0,93% (-0,2 cts. rispetto a 7 giorni fa), il libor a tre mesi è    al 0,66%(-0 cts.) e ad un anno al 1,60%(+7 cts.); i bills a 3 mesi   allo 0,15%(-4 cts.). I rendimenti dei bonds  a 2 anni  a 0,82%(-3 cts.); a 5 anni al 2,29%(+10 cts.); il decennale al 3,47% (+2 cts); a 30 anni al 4,34%(-4 cts.). Aumento quindi del differenziale tra 2 e 10 anni   a 265 (+5 cts.), ed aumento dei tassi sui mutui a tasso fisso trentennali (+9 cts.  al 4,91%)   quindicennali(+3 cts. al 4,53) ma scendono quelli a tasso variabile ad un anno (-13 cts. al 4,69%). In  calo i differenziali sui bonds aziendali,  ed i rendimenti degli obbligazionari dei paesi emergenti, con i bonds brasiliani  al 5,86%  sul decennale, mentre sale quello del decennale giapponese (1,48).

I saldi settimanali non rendono l'idea di quello che è successo: mercoledì il rendimento sul decennale è arrivato fino al 3,74% in scia alle vendite effettuate per coprire i titoli ipotecari, che amplificano il trend al rialzo. Il rendimento è così arrivato a ritracciare il 50% del declino dal massimo di giugno 2007 (5,3%) al minimo di dicembre(2%). La strada è aperta verso quota 4,1% vista per l'ultima volta a ottobre 2008, e mette in grande difficoltà la Fed: è difficile pensare che resti ferma al piano vigente di acquistare 300 miliardi di titoli del tesoro quando i rendimenti in crescita (ciò nonostante) mettono a rischio la ripresa e danneggiano i creditori esteri. La reazione prevedibile sarà alzare il tiro della stampa di moneta portando a 500-700 i miliardi di bond da acquistare, ma ciò metterà in crisi il dollaro che a sua volta  danneggerà i creditori esteri e metterà a rischio la ripresa via inflazione importata. Nel frattempo gli ottimisti sulla ripresa, i pessimisti sul rating USA, e i gestori che ruotano azioni e bond nei portafogli, imprimeranno ulteriori spinte al rialzo dei rendimenti, mentre le perdite che i creditori esteri stanno accumulando su dollaro e bond pongono un ulteriore probema. La Fed sperava di tenere i rendimenti bassi annunciando l'acquisto diretto dei titoli di stato, senza capire che avrebbe inescato un boomerang. Se , come penso, continuerà su questa strada, il boomerang continuerà, via crollo del dollaro; e anche se  a questo punto facesse marcia indietro, saranno i rendimenti a impennarsi ulteriormente mettendo in crisi il governo e il settore immobiliare.Un disastro. Ecco la trappola: la Fed si è andata a cacciare in un vicolo cieco, ed è all'angolo, come qui previsto da tempo, e se si combina questa precaria posizione in cui si è messa la banca centrale con i recenti timori sulla solvibilità del tesoro, si capisce che vi è un potenziale di rialzo dei rendimenti , e quindi un potenziale di caduta nelle quotazioni di tuti gli assets a  stelle e strisce (azioni, obbligazioni, case), letteralmente illimitato.

Si ferma in Europa la discesa dei  tassi euribor:  ad un mese  al 0,93% (+2 cts.) a tre mesi al 1,29%(+1 cts.) ad un anno  al 1,66%(+1 cts.). I rendimenti sui bund tedeschi in rialzo sul 2 anni a 1,42%(+11 cts.) e  sul decennale a 3,59% (+4 cts.) per cui scende il  differenziale tra 2 e 10 anni a +217 cts. ;  il differenziale con i bonds USA sale sul due anni a quota +60 , e  sul decennale a +12 cts. sempre a favore dei bund. Il netto maggior rendimento sulla scadenza breve concorre a favorire l'aumento dell'euro sul dollaro.

BORSE:  sempre al bivio

Il saldo settimanale positivo negli USA è stato ottenuto grazie a una classica manipolazione, in cui addirittura si è fatto fare un balzo di oltre l'1% agli indici negli ultimi 5 minuti di contrattazioni. La settimana infatti è restata al bivio dove era all'inizio con andamento YO-YO tra dati macro negativi come quelli sui prezzi immobiliari, e sull'indice manifatturiero di Chicago, e dati positivi come la fiducia dei consumatori. Appare chiaro che l'economia non è più in caduta libera, ma con l'immobiliare sempre in crisi e la disoccupazione ai massimi, non sta certo migliorando. La borsa ha inoltre iniziato a risentire della impennata dei rendimenti, e il recupero ottenuto a fine settimana  su questo fronte ha favorito un finale postivo.

Negli ultimi 3 mesi lo sp500 ha messo a segno un rialzo di 263 punti pari al +39% dal minimo di 667. Originariamente avevo indicato quota 1100 come obiettivo massimo per questo rialzo, mentre il minimo l'ho ipotizzato a quota 1000. Le ragioni di questa proiezione sono l'attuale struttura a onde e i precedenti storici, dove si ossserva  uno sviluppo ABC. In genere quando termina la  A viene seguita da un movimento in direzione opposta B che di norma ha un ampiezza del 50% dell'intera A o dall'inizio della B;  segue infine la C che porta a livelli ben inferiori a quelli raggiunti dalla A, di cui spesso è simile per ampiezza.

Dal massimo di  1576 al minimo di 667, il declino è avvenuto in tre ondate principali: 1257, 1440,  667; le due al ribasso composte da serie di 5 onde, quella al rialzo da una serie di 3. In sostanza un semplice 5-3-5 zigzag. Quando vi è stato il minimo di marzo a 667 e si è iniziato a capire che la discesa era forse finita, si sono potuti stabilire i sopracitati limiti del rialzo.  Ora che dopo un + 39% dal minimo il rialzo pare essere in stallo, si inizia a profilare anche la possibilità di una conclusione anticpata a 930 invece che a 1000, ma è solo un ipotesi minoritaria perchè i livelli di supporto sono rimasti intatti; l'ipotesi è però giustificata dal fatto che essendo  l'indice  rimasto tra 879 e 930 per quasi un mese intero, in genere un consolidamento di questo tipo dopo un rialzo consistente prelude ad un inversione. Il supporto da guardare è 876 (seguito da area 850) che più volte ha tenuto durante l'ultimo mese, per cui è probabile che una sua rottura verrebbe interpretata come un segnale ribassista. Al rialzo la resistenza è al recente massimo di 930,  meglio rappresentata dalla fascia 937-946 (massimo di inizio anno), superata la quale si dovrebbe riuscire ad arrivare alla famosa area mille (980-1030), primo obiettivo indicato fin dall'inizio, che rappresenta anche un ritracciamento del 38,2% di tutta la A, e che resta lo scenario più probabile. Dal punto di vista della tempistica, con i primi di giugno saranno passati 3 mesi dall'inizio di B e quindi si sarà raggiunto un minimo accettabile come durata in proporzione alla A (18 mesi), ma è facile comprendere che potrebbe protarsi ancora.

Si conclude con Dow a 8500 +3,5% ( -3% da inizio 2009) SP500 a 919 +2,5%(+1%) Nasdaq100 a 1435 +5%(+18,5%)Russell +4,4%(+0%) Trasporti +6%( -9%) utilities +3% (-10%) semiconduttori +8% ( +28%) Broker +4%( +28%) Banche +4,6%(-15,5%).Il rapporto tra put e call scende a 0,77 e  l’indice della volatilità VIX fermo  a 29.

Il Nikkey giapponese  a 9522 +3,2%(+7,5% da inizio 2009),  il Dax a 4940 +0,5%(+3%)  il cac francese a 3277, il footsie inglese a 4418 spmib a 19884 e mibtel a 15743 -0,4% (+1,5%). Tra gli emergenti: Brasile +5,2%(+41%) Russia +7% (+72%) India +5%(+51%) Cina +1,3%(+45%).

PREVISIONI:  Fed, Bce e occupazione

Si inizia lunedì con i dati sulle spese e i redditi delle famiglie , sull'andamento del credito al consumo e sull'ISM manifatturiero. Chi punta a una genuina ripresa economica prima di fine anno, si aspetta di vedere un miglioramento in questo tipo di voci fin da ora. La prospettiva per l'attività industriale è stata negativa da 15 mesi, anche se è da inizio anno che vi è stata una minore negatività. Mercoledì, uscirà anche l'ISM dei servizi, ma con la FED intrappolata sarà di particolare interesse cosa dirà  Bernanke nel nostro  pomeriggio durante la sua testimonianza al Congresso nel tentativo di spingere al ribasso i rendimenti, senza affossare il dollaro; il boss avrà modo poi di replicare ad eventuali reazioni non gradite il giorno dopo. Venerdì arriveranno i dati sul mercato del lavoro USA. Il  consensus si aspetta una perdita di  521.000 posti a maggio; e va notato che la forchetta nelle aspettative si è ridotta di molto rispetto al passato, andando da - 450.000 a - 600.000. Importante è il "passo" a cui procede la distruzione della base occupazionale: se i dati escono in linea con le attese, sarebbe il secondo mese in cui la riduzione rallenta, con un miglioramento signficativo rispetto al record di gennaio(-741.000). E' possibile quindi che il mercato lo prenda per un segnale positivo, mentre una forte delusione, spegnendo ogni speranza, potrebbe anche catalizzare l'inversione delle borse con tutto ciò che ne consegue.

Inoltre durante tutta la settimana  saranno di scena  molte banche centrali: Australia, Canada, Inghilterra e soprattutto la BCE da cui si attendono ulteriori dettagli sull'annunciato piano di stampa di 60 miliardi di euro a fronte di acquisti di titoli. Finora la banca europea si è contenuta rispetto a quello che hanno fatto inglesi ed americani, ed è stata addirittura criticata da qualche politico da strapazzo per questo motivo. In realtà se l'euro sta ancora in piedi lo si deve proprio alla minore aggressività della Bce , e se quest'ultima cedesse alle pressioni americanizzandosi fino in fondo, può velocemente tornre indietro soprattuto se al contempo si riducesse la propensione al rischio in seguito ai dati USA.

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