Live Sicilia

Lo sporco di Palermo

Il pesce puzza (fete) dalla testa
L'orgoglio sommerso dai rifiuti


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Non l’abbiamo cercato lo scatto d’apertura. Ma a suo modo è significativo, anzi emblematico. Ricorda un vecchio detto che parla di pesci, teste e puzza. Un detto, tra l'altro, ripreso da un articolo pubblicato da Livesicilia lo scorso 1 giugno. Quattro mesi fa. Lo riportiamo oggi, come semplice e avvilente dimostrazione del fatto che nulla è cambiato

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Il pesce puzza dalla testa. E oggi, Palermo, è un enorme merluzzo adagiato sulla Conca. Dietro il sasso divino e pagano della Santuzza. Il corpo argenteo disteso inerme. Boccheggiante. Come il palermitano, oggi, ieri, domani. Il palermitano che quel pesce lo percorre ogni giorno, avanti e indietro. E tra il fritto dell’asfalto e le balconate fatte alla cocque dal primo vero sole d’estate, si sente trafitto.

Trafitto da una puzza insopportabile, pungente, che infilza l’orgoglio, tritura la storia, socchiude gli occhi del siciliano fiero, di quello romantico, di quello di terra o di mare.
Il pesce, si dice, puzza dalla testa. E oggi, nell’epoca della logica virtuosa, del paradosso che si fa vero, del vero ridicolizzato con l’etichetta dell’insipienza, a dire quella frase si corre il rischio di essere definito un demagogo. “Che ne sanno loro, cosa vuoi che ne sappia la gente”. Di queste cose, in fondo, si occupa chi ha responsabilità di governo, chi non dorme la notte. Ed è meglio non sapere perché. Invece la gente sa. Anche perché di pesci maleodoranti ne ha visti, negli ultimi tempi. Pesci pregiati. Aragoste vesuviane, astici di Posillipo.

Qualcuno, forse, comincia anche a chiedersi se il contorcimento è esagerato. Se la panna su questa torta di burocrazie, potere, superficialità sia troppa. Se i pozzi neri siano colmi. E se, forse, la politica vada scarnificata. Ridotta all’essenziale. Dove chi amministra deve garantire i servizi. E farli pagare ai cittadini il meno possibile. Il giusto, ammesso che esista. E, se non è in grado di farlo, dovrebbe farsi da parte. Invece la politica si annoda nel tecnicismo. In una denuncia per falso in bilancio che “sentito l’ufficio legale” non è così necessaria. E si vede.
La politica si nasconde, anche, dietro a un’assenza di massa, un mese e mezzo fa. A Sala delle Lapidi. Senza un’anima viva, appunto (le anime della maggioranza al Comune). Manco ci fosse l’interrogazione di Filosofia. Per evitare che si votasse una mozione che dicesse, quantomeno: “possiamo vedere cosa è successo all’Amia?” No. Quelli che non dormono la notte, quel giorno al Comune non sono andati. Sarà per la nottataccia insonne. E ieri, però, tutti in forma, erano pronti a correre verso la scadenza ormai giunta, per approvare…l’aumento della tassa. "Che si faccia adesso o mai più" dicevano. La classica fretta del ritardatario. Che porta solo guai. Specie a chi non c’entra.

Come se il pesce non puzzasse dalla testa. Come se la colpa fosse della coda, delle branchie. Come se il Cda dell’Amia non fosse stato nominato dal sindaco, e dal sindaco stesso “graziato”. Ma si è pensato bene di chiedere al palermitano di pagare.
E non solo. I lavoratori diventano, loro malgrado, più o meno coscientemente, arma di questa politica del merluzzo. A protestare, in Piazza Pretoria, contro chi non vuole che la tassa aumenti. E non, invece, contro chi, dopo averglielo dato, mette a rischio il loro stesso posto di lavoro. E intanto pagano anche loro. I lavoratori dell’Amia. Politicamente. Sopraffatti dalla ovvia, umana, giusta paura di non avere più un impiego.

[video width="320" height="240"]http://www.youtube.com/watch?v=KklIvOLTEtg[/video] Mentre gli altri palermitani rischiano di passare per poveri “Fantozzi” di Sicilia. Che assistono, inermi, alla serata “trasgressiva” del loro collega Calboni. Cena, champagne, mignotte, tutto ovviamente pagato coi soldi del ragioniere e dell’occhialuto Filini. E tutto, solo per il piacere del Calboni. Che, sulla scia di nove taxi gialli, sulla soglia della garconnière dove porterà la “mercenaria conquista” della sera, invita i malcapitati colleghi a pagare l’ingente conto agli autisti in giallo. “Fantozzi facci lei”, “Filini facci lei”.
“Palermitano facci lei” sembra provenire dalla bocca del merluzzo. Quello stesso pesce che puzza dalla testa. Che, però, sempre testa è. E mica è scema.