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Incidenti, memorial e fiaccolate

Lo Zen scende in campo
per Salvuccio e Giuseppe


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, Cronaca
I ragazzi si sono messi a correre sul prato dietro a un pallone. Erba sintetica, bellissima, che pareva vera. Pareva di sentirne il profumo. In mezzo a loro non c'era Salvuccio. Non c'era fisicamente, cioè. Ma c'era nel cuore di suo padre, negli occhi di sua madre, nelle mani di Simona, la ragazza che amò e che lo vide morire dentro una maledetta curva. E suo padre, Fortunato di nome, ha sceso i gradoni degli spalti col fiato grosso, sudando. E' sceso di corsa, come un padre che può correre incontro a suo figlio, ancora una volta. Si è fermato a un passo dal campo. Qualcuno gli ha dato una maglietta. C'era scritto: “Sugnu io, u' megghiu”. Era la frase che Salvuccio ripeteva sempre, quando apriva la porta di casa. Salvuccio Gebbia non è più tornato a casa dalla notte dell'incidente in via Mattei. Simona era con lui, sullo stesso motorino colpito dal maglio di una macchina. Appena un attimo prima si erano scambiati un reciproco: “Ti amo”. E' storia.
Sulla grande strada asfaltata che si snoda nel cuore di Mondello, la zona di via Olimpo, ci sono lapidi interminabili. Ogni angolo racconta la fine tragica di un ragazzo. Spalanchi le narici e senti quel po' di aria salmastra, venuta dal mare lontano, mescolata all'essenza dei fiori funebri. Fortunato Gebbia è destinato a non darsi pace come tutti i padri che rimangono orfani di un figlio. Tutte le albe della sua vita le passerà in via Mattei, dove ha costruito un altarino per il figlio. Un tabernacolo con la maglia dell'Inter. Qualche giorno fa ha organizzato un memorial per ricordare Salvuccio. I ragazzi dell'Elenka correvano con la maglia di Salvuccio addosso, per non sentirlo troppo altrove.
Se attraversi i viali pericolosi dell'Olimpo, trovi, in mezzo alle altre, la lapide urbana di Giuseppe Farina, morto in moto a diciassette anni. Qualche sera fa lo Zen – il suo quartiere, il quartiere di Salvo – ha messo in campo una poderosa fiaccolata notturna. Quattromila lucine nel buio, un interminabile corteo fino a  via Dell'Olimpo, dalla parrocchia del San Filippo Neri. C'erano tutti. Tutti hanno posato le fiaccole. Tutti sono rimasti un attimo lì a pregare. E sono tornati, mestamente, nel cuore dello Zen, svoltando per la stessa curva come anime purganti, in cerca di resurrezione. Uno diceva: “Da nessuna altra parte vedi questi spettacoli”. E' lo Zen. Lo Zen dello spaccio, delle madri che scendono in campo contro i poliziotti. Lo Zen del “Grande Fratello”. Lo Zen che si raccoglie sotto la stessa luce, dentro la stessa lacrima. Questo Zen fa venire in mente Shakespeare: “Ma l'uomo, l'uomo orgoglioso, ammantato d'una breve autorità, sommamente ignorante di ciò di cui si crede più sicuro, nella sua essenza fragile, come uno scimmione collerico, compie tali trucchi fantastici, al cospetto dell'alto cielo, che gli angeli piangono...”. E noi non siamo angeli.