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Il dottor Sottile

Lombardo, il Pdl
e le "stigghiole" di Palermo


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No, non lasciamoci ingannare dalla risata larga di Diego Cammarata che l'altro ieri, nel pieno di una conferenza stampa, è riuscito a sfoggiare la sua vena ridens anche di fronte all'emergenza più insopportabile. Per carità, nessuno può vietare al sindaco di Palermo di fare buon viso al cattivo gioco della monnezza che invade le strade, di un'azienda municipalizzata impantanata tra gli scandali, dei cassonetti in fiamme, delle discariche al collasso, di una città ormai costretta a muoversi con la mascherina perché turarsi il naso non basta più.
Rida pure, il valente Cammarata, se un'apertura così smagliante del suo chiostro dentario può servire a placare l'ira e lo sdegno dei palermitani. Però non tenti, per favore, il triplo salto mortale di scaricare ogni responsabilità sul vecchio e bolso Leoluca Orlando. L'ex professionista dell'Antimafia ha certamente le sue colpe: non si assumono ottomila precari ben sapendo che i loro stipendi avrebbero paralizzato per anni i bilanci del Comune.
Ma la deriva dell'Amia è storia recente, rientra tutta nei sette anni di governo firmati dal Popolo della Libertà. Perche' tentare dunque di imbrogliare le carte? Di "stigghiularu" gia' c'è Totò Lentini, il deputato regionale che in quindici giorni è riuscito a cambiare due volte la giacchetta: era dell'Mpa ed è passato al Pdl; poi ci ha ripensato ed è tornato alla casa del padre, lo stesso che lo aveva pubblicamente bollato come venditore ambulante di budella arrostite. Per onorare la benemerita categoria, Lentini basta e avanza. Meglio non allungare la lista.
La monnezza, come mille e altri guai vissuti dalla Sicilia in questi malinconici giorni di basso impero, è figlia di un Pdl che ha perso, da almeno un anno, la propria identità. Quello che doveva essere il partito dei moderati, è diventato un palazzo gotico dalle cui cripte spuntano ogni notte pugnali e coppe di arsenico. Un palazzo cupo e tenebroso, abitato da traditori e congiurati. E soprattutto da burattinai romani che, con il volto ben coperto dalle mascherine della rispettabilità istituzionale , costruiscono vendette e carriere luminose sulla pelle di quegli elettori che, alle ultime "regionali" hanno regalato al centrodestra il sessantacinque per cento dei voti. Quella del Pdl, tuttavia, non è la sola metamorfosi velenosa. Anche Raffaele Lombardo, nelle intenzioni di chi lo ha proposto come presidente della Regione, doveva rappresentare il punto di incontro di una coalizione forte e omogenea. Ma, ossessionato dalla necessità di dare forza e respiro al suo Mpa, perennemente in cerca di voti e clientele, è diventato un corpo estraneo rispetto ai suoi alleati, quasi un alieno destinato a trasformare in metallo vile tutto l'oro che gli passa tra le mani. Un re Mida all'incontrario. Come in un maledetto gioco degli specchi infatti, Lombardo ha ammorbato soprattutto il Pdl. Ricordate quando arruolò Francesco Musotto, per anni presidente della Provincia di Palermo in nome e per conto di Silvio Berlusconi? Fu l'inizio di una faida che ancora stenta a chiudersi. Perché il Pdl poteva anche rispondere con un'alzata di spalle: chissenefrega di Musotto. Ma sul palcoscenico della politica siciliana irruppe all'improvviso Renato Schifani, il gallo più pettoruto del pollaio, fresco di ascensione nel paradiso delle più alte cariche dello Stato. Convinto che tutti dovessero baciare la sua pantofolina damascata, il presidente del Senato si autoproclamò padre padrone del partito e cominciò a impartire ordini a destra e a manca. Innanzi tutto al sindaco di Palermo che, in rotta con Gianfranco Miccichè, cercava un'altra corrente nella quale accasarsi. Schifani lo adottò immediatamente ma - in quella ebbrezza tipica del potere che si fa onnipotenza - volle che Cammarata dimostrasse al presidente della Regione di che erba era fatta la scopa. E lo sventurato rispose: in quattro e quattr'otto, per vendicare l'onta di Musotto, licenziò i due assessori dell'Mpa presenti nella sua giunta. E li' scoppiò il fuoco grande che nessuno sa ormai come spegnere. Certo, poi la guerra si è complicata e le fiamme sono divampate per tutti i palazzi, coinvolgendo altri generali e altri eserciti: sono entrati in campo Miccichè, e poi Cuffaro e poi Angelino Alfano con il suo fidatissimo Castiglione. Ma l'ingovernabilità di Palermo e della sua monnezza nasce tutta da lì, dai primi sfregi incrociati: da un lato Cammarata, dall'altro lato Lombardo. Dietro le quinte, il faccino incipriato di Renato Schifani. Vogliamo tirare dentro Orlando? Facciamolo pure. Ma tenendo ben presente che di "stigghiularu" già ce n'è uno: Totò, l'originale. Non allunghiamo la lista. La Sicilia sopporta di tutto, ma la moltiplicazione degli "stigghiulari", no.