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Il sindaco burrafato, figlio di una vittima di mafia

"Quel giorno che uccisero mio padre"


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antonino, salvatore burrafato, sindaco, termini, Cronaca, Politica
Il sangue delvicebrigadiere Burrafato fu coperto da un rumore assordante di tricolori sbandierati in quel sereno pomeriggio del 29 giugno. Lo uccisero nel giorno di Italia-Argentina, anno di grazia Ottantadue.  Tardelli e Cabrini mandarono a casa Maradona e un intero paese in orbita.
Uccisero Antonino Burrafato, sottufficiale di servizio al carcere di Termini e una voce rivendicò: “Abbiamo ammazzato il boia dell'Asinara”. Era un depistaggio. Lo ammazzarono come un animale da macello, crivellandolo di proiettili per ordine del boss Leoluca Bagarella, che era passato dalla  casa circondariale termitana. Burrafato era un uomo di coscienza, aderente al dovere. Gli episodi in ballo sono tanti, ma pare che gli fu fatale l'avere richiamato l'illustre detenuto a una condotta rispettosa dei regolamenti. Tanto bastò.
Il vicebrigadiere ebbe appena il tempo di dire a suo figlio: “Oggi Maradona ci seppellisce di gol”. Non seppe mai che aveva avuto torto. Tempo fa, Salvatore Burrafato (nella foto), figlio di Antonino, non ancora sindaco di Termini, ha rilasciato a chi scrive un'intervista per il settimanale “S”. “Mio padre – disse il neo primo cittadino – pagò con la condanna a morte per il suo senso di giustizia. Sapeva benissimo con chi aveva a che fare. Era angosciato e ne parlò con mamma. La mia missione è molto semplice. Non ho ambizioni particolari se non quella di servire la mia comunità. La mia famiglia è originaria di Nicosia. Avremmo potuto lasciare Termini. Mia madre ha scelto di rimanere e per questo la ringrazierò per sempre”. Il maresciallo Burrafato era un uomo dolce, sotto la divisa da sottufficiale. Lasciava una manciata di caramelle sul cuscino della moglie addormentata, quando andava via all'alba.
Salvatore Burrafato porta dentro queste e altre cose e le ha raccontate con gli occhi che brillavano. Conserva ancora il vocabolario Zingarelli che suo padre reggeva in mano il giorno dell'omicidio, con l'intenzione di farlo rilegare. Un reperto santificato dal lutto e dall'amore.  Un grosso libro con una piccola, indelebile, chiazza di sangue.