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Il dottor Sottile

Schifani, Alfano, Miccichè
e le memorie di Adriano


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Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile



Il nostro imperatore non si chiama Adriano e da queste parti non gira nemmeno una Marguerite Yourcenar capace di trasformare i suoi piaceri e la sua noia in una stellare armonia dell'universo. Eppure le sue memorie sono già scritte a lettere d'oro e narrano di tristezze e scoramenti, di amarezze e pentimenti. "Qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada", scriveva l'imperatore nelle prime pagine delle sue memorie. Ma la felicità ormai non c'è più. Cancellata dalla grossolanità delle feste dionisiache di Villa Certosa, con quel malinconico "sconfinamento dello spirito nella carne"; dall'insulsaggine dei vicoli e delle pozzanghere di Casoria, "dove la notte siriaca rappresenta la mia parte consapevole di immoralità"; e soprattutto dagli errori e dalle esitazioni con le quali il palazzo imperiale ha seguito le sanguinose vicende nella lontana provincia di Sicilia. Terra di amori e tradimenti. Era una rigogliosa riserva di consensi, un granaio d'oro in grado di soddisfare sogni e ambizioni, ed è diventata di colpo fonte di delusione e umiliazioni, di paure e mortificazioni. Persino di incubi. Notturni, va da sé. E le memorie non ne fanno mistero. "Ridatemi le mie legioni", ha urlato l'imperatore svegliandosi di soprassalto nel bel mezzo di un sogno lacerante che aveva già inumidito le lenzuola di lacrime e sudore. Ma chi potrà mai restituirgli i seicentomila voti perduti? Quale generale, quale console o quale governatore sarà in grado di restituirgli l'onore calpestato dai voltafaccia, dalle fughe, dalle astensioni?

La Sicilia, come una Tracia qualunque, si è trasformata in una terra infelice. I condottieri inviati lì per domare le rivolte autonomiste, capitanate da un levantino capopopolo sceso dai dirupi dell'Etna, hanno preso a litigare tra loro fino a trasformare quella che doveva essere la repressione dei barbari in una guerra civile cruenta e spropositata. Un bagno di sangue. Che ha logorato non solo i centurioni, ma soprattutto i colonnelli. Li ha stremati a tal punto che l'imperatore quasi non li riconosce più. Erano scattanti, gagliardi, quasi brillanti; e sono diventati lenti, confusi, quasi appannati.

Prendete Renato, il più alto in grado. Nella passata legislatura era stato così bravo e ubbidiente che sua altezza imperiale lo aveva chiamato a Roma, nella domus aurea, e gli aveva conferito la più alta insegna del laticlavio: renatus populusque romanus. Ma il capo dei senatori non ce l'ha fatta a staccare il suo cuore dalla campagna di Sicilia ed è entrato nella guerra civile con tutto il peso della sua carica istituzionale. Le ferite lo hanno sconvolto e il valoroso condottiero ha preso due o tre abbagli che hanno ulteriormente immalinconito l'imperatore. Le memorie non ne fanno mistero: "Dopo tante riflessioni ed esperienze, talvolta condannabili, ignoro ancora quello che accade dietro quella buia cortina". Il riferimento, probabilmente, è alla leggerezza con la quale Renato ha permesso a un comico militante, Beppe Grillo, di varcare la soglia austera del Senato e di sbeffeggiare non solo i senatori, alcuni dei quali messi alla gogna come delinquenti, ma anche le senatrici, alcune delle quale insultate e sbeffeggiate con linguaggio da postribolo.

Altro reduce della guerra civile è Angelino, fino all'altro ieri pupillo dell'imperatore, così diligente e così fedele da essere stato indicato addirittura come possibile erede al trono. Prima delle verminose battaglie di Sicilia, il Guardasigilli era certamente la più giovane riserva della Repubblica. Intelligente e preparato come si conviene a un bravo studente della Cattolica, aveva in più quella particolare dote che appartiene ai democristiani di antico lignaggio: il doroteismo. Un'arte che consente, a chi la possiede, di non mettere mai il ditino nell'acqua calda e di trovare sempre e comunque una terza via, utile per sfuggire alla tenaglia degli opposti estremismi e trarre vantaggio da ogni contrapposizione. In virtù di questa dote, l'imperatore gli aveva assegnato l'amministrazione della giustizia: il ministro, col suo doroteismo, avrebbe dovuto fare in modo che i magistrati, così inquieti e così ribelli, accettassero senza colpo ferire ogni riforma, anche la più dura e la più vessatoria.

Angelino per la verità c'era quasi riuscito. I magistrati, persino i più riottosi, lo applaudivano e anche se Eugenio Scalfari gli aveva cucito addosso quella parolina impudente -"servile" - lui tirava dritto per la sua strada e intanto si faceva largo tra la Roma salivosa e potentona, saltellando da casa Rizzoli a casa Sacconi, dal salotto di Vespa a quello di Maria Angiolillo. Ma nel bel mezzo della gaieté balzacchiana, gli è capitata la sfortunata campagna di Sicilia. Che lo ha sfibrato e piagato a tal punto da diventare anche lui irriconoscibile. Il voto di fiducia sulle intercettazioni telefoniche non gli ha procurato applausi ma una selva di contestazioni; e l'intervento al Csm sulla lottizzazione delle nomine non ha provocato una standing ovation ma le dimissioni polemiche di tre consiglieri. Con la conseguenza che si è di nuovo avvelenato il clima e con il rischio, ancora più grave, che la Corte costituzionale, annusando il vento, finisca per bocciare proprio il lodo Alfano, quello che finora ha messo al riparo l'imperatore dalle imboscate giudiziarie. Un incubo in più per la domus aurea. Le memorie non ne fanno mistero. E si abbandonano a una meditazione sulla "mediocrità di una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni".

Povero imperatore. La fatal Sicilia gli ha scolorito anche l'immagine di Gianfranco, il più impetuoso e il più tumultuoso dei suoi generali. Otto anni fa, con un sessantuno a zero passato alla storia come "cappotto", aveva annientato i barbari invasori, quelli della sinistra, e li aveva ridotti alla schiavitù del silenzio. L'imperatore gli aveva tributato tutti gli onori e lo aveva omaggiato anche di due passeggiatine sotto l'arco del trionfo: prima come vice ministro per il mezzogiorno, poi come sottosegretario alla presidenza. Ma l'ascesa, nella domus aurea, di Renato e Angelino, aveva spinto Gianfranco nel cono d'ombra, nell'afflizione di essere non più il primo ma il terzo nel cuore dell'imperatore. La guerra di Sicilia gli ha ridato la possibilità di mettere in mostra i suoi muscoli e la sua potenza, e di riguadagnare il terreno perduto. Lo ha fatto a modo suo. Si è alleato con il barbaro dell'Etna e ha aperto le ostilità dentro l'esercito imperiale. Roma lo ha più volte richiamato all'ordine e all'obbedienza, ma senza mai fare ricorso all'asprezza del comando. Anzi, con quella tonalità cerimoniosa con la quale il potere tende abitualmente ad avvolgere il figliol prodigo nella speranza di riportarlo all'ovile. Ma non c'è riuscita. Ora sarà certamente chiamato a discolparsi e a rendere conto delle sue scorribande e delle sue nequizie.

E' ancora presto per capire se l'imperatore insisterà perché l'infedele venga portato in catene al suo cospetto. Le ultime memorie scivolano verso lo sconforto, verso un disincanto che è preludio di sonno e di abbandono, verso "questa incoscienza infelice", così scrive. Le notti di Casoria, le lettere di Veronica, la perdita di Kakà, le foto corsare di Zappadu, i capricci beduini di Gheddafi: troppi pensieri, troppe angosce, troppi macigni nell'animo per trovare tempo e voglia di occuparsi delle guerre fratricide di Sicilia. "Nel momento in cui scrivo", si legge nell'ultima pagina del diario, "mi sembra a male pena essenziale d'essere stato imperatore".