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Le meduse: il terrore delle spiagge
Ecco il vademecum per difendersi


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A un siciliano togliete tutto, ma non il mare. E allora perché c’è così poca gente in acqua?

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“Ho il terrore delle meduse – dice con l’aria sconsolata Paola, una stundetessa di 23 anni -. Ho subito un morso alcuni anni fa e non voglio ripetere di certo l’esperienza. I tentacoli mi si erano attorcigliati alla gamba. L’ustione mi rovinò l’intera estate. Oggi fa caldo, ma resisterò senza fare il bagno”.
Uno dei fattori che avvicina le meduse alle coste, infatti, è proprio il caldo: le meduse amano le acque tiepide e molto salate. Prima venivano avvistate a settembre, quando l’estate era bella e consumata, e le ferie godute appieno. Di anno in anno, però, le belle celenterate anticipano sempre più il loro arrivo, fino al record di quest’anno che potrebbe compromettere l’intera stagione balneare.

Le cause che contribuiscono alla proliferazione di queste urticanti gelatine sono diverse. Tra i fattori principali la salinità e la temperatura dell’acqua. A ciò si aggiunge la pesca illimitata di tonni e pesci spada che con la loro ghiottoneria dimezzavano il numero delle meduse. Se prima questi cnidari si aggiravano tra le 20 e le 40 miglia dalla costa, ora i cambiamenti climatici hanno aumentato le temperature e diminuito l’apporto di acque dolci di fiume permettendo loro di trovare un habitat ideale anche nelle coste. Nonostante si tratti di esemplari di piccole dimensioni, che non comportano gravi rischi per la salute, solo pochi temerari affrontano pavidamente il mare. I coraggiosi sono disposti a rischiare la propria pelle pur di godere del fresco ristoro delle nostre acque cristalline.

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Marco, 40 anni, botanico, è appena tornato da una nuotata: “Io non gli permetto di rovinarmi la mia giornata al mare. È solo sfortuna, come vedete non mi è successo niente”.
“Sarà - risponde scettica la signora Katia, professoressa in pensione – io per sicurezza porto sempre con me questo stick lenitivo, l’ho comprato in farmacia la scorsa estate, ma finora l’ho utilizzato solo per gli altri”. Marina un’archeologa subacquea di 29 anni racconta ai bagnanti la sua esperienza: “Una volta mi sono immersa senza la muta e una medusa mi si è incastrata tra il  gav e la schiena, il dolore era indescrivibile anche perché non potevo riemergere subito, per fortuna i miei compagni mi hanno aiutata a staccarla dalla pelle, ma porto ancora le cicatrici”.

Ma cosa succede esattamente quando si entra in contatto con una medusa?

Elena Castelli, dermatologo ricercatore presso la clinica dermatologica dell’Università di Palermo innanzitutto precisa che non si tratta di “morso” bensì di puntura. “Per capire in che modo intervenire bisogna prima di tutto studiare le cause della reazione cutanea – dice la dottoressa -. La medusa è in cima alla scala dei cnidari, animali dalla mobilità modesta che si nutrono attraverso miriadi di microcellule dette cnidociti”. Perché spieghiamo questo? “Perché i cnidociti  - spiega la dermatologa - sono cellule con al loro interno un filamento urticato ornato da uncini. Quando entra in contatto con un essere vivente il filamento diventa rigido come l’ago di una puntura, si infila nella pelle, la cellula si spreme e inietta una serie di tossine allo scopo di uccidere e digerire la preda”.
Detto così terrorizzerebbe chiunque. La signora Castelli sorride e rassicura: “Bisogna considerare anche le dimensioni: i vari veleni rilasciati, come le cardiotossine o le neurotossine, in quantità ridotte possono solo provocare la morte dei tessuti nei punti in cui sono stati inoculati. Nella quasi totalità dei casi ciò che si manifesta sono i ponfi: manifestazioni locali, caratterizzate da rossore e rilievo della superficie cutanea, con la forma dei tentacoli detta anche “colpo di frusta”.

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Esistono tantissimi rimedi per le punture di medusa, quali sono veramente efficaci e quali i miti da sfatare?
“Esistono rimedi contro le tossine e rimedi contro le infezioni – risponde la dottoressa Castelli –. È importante staccare residui di tentacoli, anche col dorso di una lama se necessario e sciacquare con l’acqua di mare la parte lesa (per diluire le tossine non ancora penetrate e attenuare l’urticazione). Mai con acqua dolce o alcol che aiutano a diffondere il veleno e peggiorando la situazione”.
I cosiddetti rimedi della nonna: strofinare sabbia, applicare ammoniaca/pipì, aceto, bicarbonato, sono tutti miti da sfatare? “Strofinare sabbia o altro sulla parte lesa è sbagliatissimo, così come non è provata l’efficacia dell’ammoniaca. Sull’aceto, invece, c’è un fondo di verità perché contro le punture delle meduse tropicali, che sono mortali, viene utilizzato l’acido acetico che è contenuto anche nell’aceto casalingo. Ottimo un impasto fluido di bicarbonato di sodio e acqua, serve a inattivare il veleno dei cnidociti, andrebbe quindi spalmato immediatamente e applicato per 30 secondi”.

Creme a base di cortisone?

“Sono un ottimo rimedio per bloccare l’infiammazione, quindi io consiglierei di applicarle anche se il cortisone non serve per le tossine”. “Per evitare ulteriori traumi e infezioni – conclude la dermatologa - è sempre consigliabile coprire con una garza medica, senza occludere, la parte lesa.”

Prevenire è meglio che curare.
Evitare di fare il bagno quando le acque sono infestate dalle meduse è certamente il miglior modo per evitare un incontro ravvicinato con queste urticanti gelatine, ma l’obiettivo dovrebbe essere il ripristo dell’ecosistema. L’unico intervento a livello istituzionale potrebbe essere effettuato nel campo della pesca attraverso un aumento dei controlli, il resto spetta a noi. Una vita biocompatibile non solo ci aiuterà a non essere sommersi dalla nostra spazzatura, ma ci consentirà di nuotare nel “Mare Nostrum” con la stessa spensieratezza dei nostri avi.