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Il delitto fu compiuto a San Cipirello nel 1977

Uno sgarbo, poi il duplice omicidio:
nuovo ergastolo per Leoluca Bagarella


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Un nuovo ergastolo per Leoluca Bagarella, condannato questa mattina dalla Corte d’assise di Palermo, assieme a Giuseppe Agrigento, per il duplice omicidio di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, avvenuto nel 1977 a San Cipirello, nel palermitano. Un giallo che è stato possibile risolvere solo negli ultimi anni, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca e poi di Giuseppe Maniscalco.

Una storia di altri tempi. Simone Lo Manto, un pastore di San Cipirello, decise tanti anni fa di svuotare le cisterne piene di vino dell’allora capomandamento Antonio Salamone. Uno sfregio, nulla più, ma pur sempre un gesto intollerabile per Cosa nostra che ne decretò così la condanna a morte. Ma per molto tempo Lo Manto era riuscito a sfuggire ai suoi sicari, trovandosi in soggiorno obbligato a Latina. La condanna era comunque stata decretata e quando nel 1977 tornò al suo paese con l’intenzione di acquistare alcuni capi di bestiame fu anche eseguita. Fu Provenzano, allora reggente a San Cipirello, a ricordarsi della decisione di Salamone di eliminare il pastore. Secondo la ricostruzione, il boss venne a sapere della presenza di Lo Manto da Giuseppe Agrigento, allora capofamiglia di San Cipirello. Nino Gioè, Leoluca Bagarella e Giuseppe Lo Bue si trovarono anche loro da quelle parti per altre questioni. Avendo a disposizione un’auto rubata e delle armi nascoste in un deposito, assieme ad Agrigento, decisero di uccidere Lo Manto. Così, il pastore fu trucidato mentre faceva rifornimento ad una pompa di benzina. Con lui fu ucciso anche Raimondo Mulè, del tutto innocente e che si trovava casualmente assieme a Lo Manto. Un destino triste il suo, come quello del fratello Rosario che è stato in carcere per ben diciotto anni con l’accusa di aver ucciso il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo (uomo di fiducia del generale Dalla Chiesa che stava allora indagando sul caso Mattei), senza però aver mai commesso il delitto, come è emerso nel 1995.

I giudici della quarta sezione della Corte d’assise hanno condannato Bagarella e Argento (difesi rispettivamente dagli avvocati Giovanni Anania e Dario D’Agostino) anche al risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.