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IL DOTTOR SOTTILE

La pax di Lombardo arriva
fino al Grande Oriente


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Ricordate Renato Schifani? Quindici giorni fa sembrava il feroce Saladino, pronto a scatenare il finimondo se qualcuno si fosse mai azzardato a lasciar fuori dal governo siciliano l'Udc del suo fraternissimo amico Totò Cuffaro. E se uno sprovveduto consigliere gli suggeriva pacatamente di scendere a patti con il levantino Lombardo o con il ribelle Miccichè, sputava fuoco dalle narici. "Li piegheremo". La parola d'ordine echeggiava da palazzo Madama a palazzo Montecitorio e non c'era dignitario, tra quelle pareti damascate, che non gli giurasse fedeltà e ubbidienza. "Li piegheremo", rispondevano, solerti e scattanti, i luogotenenti del regno. E lui, il presidente del Senato, passeggiava nervoso e pettoruto sulla tolda di comando, sicuro che da lì a poco sarebbe arrivata la notizia della vittoria. Del resto, chi avrebbe mai potuto tradirlo? Non certo Angelino Alfano, ministro Guardasigilli, legato alla Seconda Carica dello Stato (tutto maiuscolo) da un antico patto di amicizia e di solidarietà correntizia. Non certo Peppino Castiglione, coordinatore siciliano del Pdl, voluto tenacemente da Alfano perchè, da presidente della Provincia di Catania, aveva non pochi motivi di rivalità con il catanese Lombardo. E non certo i "falchi" azzurri annidati tra i banchi dell'Assemblea regionale, dal presidente Cascio al capogruppo Leontini, pronti ad azzannare non solo il presidente della Regione ma anche e soprattutto l'insopportabile Miccichè.
Non aveva messo nel conto l'imprevedibile Berlusconi. Che al momento di chiudere, con Lombardo, la noiosa partita della Sicilia, si è guardato bene dal salvaguardare i confini tracciati dai colonnelli. Tanto è vero che, col cinismo proprio di un Imperatore distratto da ben altri tormenti, ha candidamente gettato in mare l'Udc, spianando di fatto la strada al progetto sicilian-moralista di Lombardo e Miccichè.
Oggi, a quindici giorni di distanza, il povero Schifani è irriconoscibile. E' diventato mite, comprensivo, accomodante, avvolgente, pacioso. Talmente pacioso che avrebbe chiesto addirittura a Lombardo di promuovere un incontro chiarificatore e distensivo tra lui, Alfano e Miccichè. Non solo ha saputo accettare la sconfitta ma vuole anche tributare il giusto riconoscimento ai vincitori. Complimenti.
Il gesto, altamente istituzionale, della Seconda Carica dello Stato è servito d'esempio, va da sè, a tutti gli altri. Si è accodato, per primo Alfano che, intanto, nella giunta dei ribelli, ha piazzato in extremis un suo uomo, Nino Beninati. Si è accodato il presidente Cascio che è andato a trovare a casa Miccichè: una visita affettuosa per sciogliere la tanta ruggine accumulata in questi ultimi mesi. Si è accodato il falco Leontini che ha garantito al nuovo governo l'appoggio di tutto il gruppo del Pdl, senza più insistere sull'odiosa spaccatura tra maggioranza e minoranza. Rimane spiazzato soltanto il soldato Castiglione: Schifani e Alfano lo avevano invitato ad assaltare il fortino della premiata ditta Lombardo & Miccichè ma quando si sono accorti che le saracinesche non sarebbero mai saltate in aria, hanno in fretta e furia contrattato due poltroncine con il nemico, lasciando il coordinatore con le spalle nude. Ma lui, Castiglione, non si preoccupa più di tanto. Ora che la sottomissione di Leontini gli ha consentito di riconquistare pure la maggioranza dell'aula, è probabile che il presidente della Regione, nella sua magnanimità, estenda la pax lombardiana anche all'ostinato rivale catanese: si trova sempre un assessorato da rimettere in palio o da scambiare con una ricca consulenza. Se l'obiettivo della premiata ditta L&M era l'esclusione e l'isolamento di Cuffaro a che serve lasciare a bocca asciutta un potente di Catania che domani potrebbe anche offrire una sponda al reprobo Totò? Per governare in tutta serenità, Lombardo - chiamato amorevolmente Jack lo Squartatore in quanto ha saputo spaccare in quattro quel grande partito ch'era il Pdl - avverte pure il bisogno, ovviamente, di rilanciare la propria immagine di uomo pacifico, per niente infido, per niente rancoroso, definitivamente sganciato da faide territoriali come l'eterna sfida tra Catania e Palermo, tra Occidente e Oriente. Non si spiegherebbe diversamente la nomina del professore Gianni Puglisi a superconsulente della Regione con poteri che vanno dai Beni culturali all'alta formazione, dalla ricerca al sistema bancario e finanziario. Una sorta di Alto Segretariato per la programmazione molto simile a quello inventato dal governo Milazzo, alla fine degli anni Cinquanta, per l'avvocatissimo Vito Guarrasi, parce sepulto.
Puglisi, al cui nome si legano già almeno 18 cariche di sottogoverno, non aveva certo bisogno di questa investitura. Lo stipendio di rettore dello Iulm e di presidente della Fondazione Banco di Sicilia, a parte tutto il resto, gli basta e avanza.
Lombardo e Miccichè lo hanno voluto arruolare piuttosto nella qualità, poco conosciuta alle masse popolari, di testa pensante della rivista "Hiram" diretta da Gustavo Raffi, Gran Maestro della loggia massonica di palazzo Giustiniani. Per non essere trascinati nella guerra di campanile tra Sicilia d'Oriente e Sicilia d'Occidente, il catanese Lombardo e il palermitano Miccichè hanno preferito volare alto e affidarsi al venerabile Grande Oriente d'Italia. Viva Sant'Agata e Santa Rosalia.