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Le storie della tragedia

Rosario e Carmine, due siciliani
nell'inferno di Viareggio


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Rosario e il suo corpo incenerito come un calco della lava di Pompei. Carmine e il suo coraggio e la sua umanissima paura che rende il coraggio più prezioso. Rosario Campo, siciliano di Pozzallo che corre lungo la strada ferrata di Viareggio. Corre con la moglie Claudia Frasca accanto, per recuperare un cellulare dimenticato. E poi arriva la lava, lo sbuffo del treno che arde ed esplode, la moglie ricoverata, appesa a un filo, con ustioni ovunque. Carmine Magliacano, siciliano di Catania, capostazione di Viareggio che, a un certo punto, capisce l'orrore: un altro treno sta viaggiando dritto in mezzo alle fiamme, nel sonno del computer che tutto sovrintende e nulla avverte. Carmine dice: “Vado sui binari”. Forse pensa alla moglie e ai figli e ai suoi 58 anni. E si precipita nel cuore dell'inferno. Agita la paletta sul muso del convoglio in transito. Salva i passeggeri.

C'è un po' di Sicilia, c'è un po' della nostra vita nella tragedia ferroviaria di Viareggio. Ci sono due isolani coinvolti. Anche prima eravamo dolenti e straziati per i corpi carbonizzati dall'eruzione di un vagone. Questa impronta familiare non accresce l'orma del lutto. Ci fornisce uno strumento in più per farla nostra, una lente di ingrandimento per renderla più comprensibile. Sono le antiche leggi del vicinato e dell'amore. Se nel rogo del mondo brucia un pezzetto di noi stessi, ecco che le fiamme cominciano a interessarci. Ne avvertiamo il calore. Ci sentiamo soffocati dai miasmi.

Salvo, il vecchio padre di Rosario, non ha ancora visto suo figlio per il riconoscimento. La salma va e viene da un obitorio all'altro. La madre di Rosario sta male, è a casa. Rosario e Claudia stavano tornando in ufficio, in scooter. Avevano dimenticato il cellulare. Sono stati spazzati via dalla Pompei di Viareggio.

Carmine ha detto solo quattro parole – come racconta la Stampa in una memorabile ricostruzione - “Ora vado sui binari”. Due figli, una moglie, la paura che diventa coraggio e blocca l'intercity da Roma con più di cento persone a bordo. Carmine Magliacano e il suo berretto rosso da capostazione acceso nella notte. Di lui un passeggero ha scritto su un blog: “Ero sul treno proveniente da Roma, carrozza 4, posto 116, lato finestrino. Tornavo dopo un incontro con la persona più importante della mia vita, che però non vedevo da anni. Morire è terribile, morire quella notte sarebbe stata la cosa più triste che mi potesse capitare. Devo la vita a quest'uomo. Grazie Carmine”. Il capostazione e l'uomo che passava con la moto hanno in comune qualcosa, oltre la sicilitudine. Il silenzio. Rosario è stato ammutolito per sempre dal rogo che l'ha consumato. Carmine non vuole parlare. Ai suoi colleghi ha detto soltanto: “Non sono un eroe”.