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"Sconosciuti & dimenticati"
Ecco i cunti di Lino Buscemi


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Da palermitani (e non solo), giocare a fare i “turisti per caso” in giro per la città, si sa, ha il suo fascino. Ma avere la possibilità di farlo accompagnati da un cicerone d’eccezione è tutta un’altra cosa.

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I libri di Lino Buscemi fanno ri-innamorare del capoluogo dell’isola, perché raccontano tante piccole storie, quasi dei "cunti", come quelli che da piccoli si ascoltavano seduti sulle ginocchia dei nonni. L’ultimo di questi libri, vere e proprie guide alternative alla lettura della città “irredimibile”, pubblicato da Navarra Editore, è “Sconosciuti & dimenticati”, che restituisce alla memoria i tesori dimenticati di Palermo. Dopo la pubblicazione del ’95, nella quale Buscemi ricostruisce la storia di Palermo attraverso le lapidi per le strade della città, il cicerone palermitano torna con una nuova raccolta di ‘piccole voci’, si tratta stavolta dei monumenti che, testimoni da secoli della vita della città, ne sussurrano la storia silenziosamente alle orecchie che la sanno ascoltare. Gli immortali protagonisti delle piazze dicono che Palermo è stata grande, in una fase storica in cui alle volte risulta difficile ricordarsene. Si scopre così che la lapide di via Vesalio, nei pressi della chiesa di San Francesco Saverio a Ballarò, con un’attualità disarmante invita i cittadini a non fare immondezzaio, intimando 5 once di multa ai rei, di cui un terzo al relatore, allo ‘spione’. O ancora, anche questa attualissima, alla Chiesa della Gancia in via Alloro alla Kalsa, nella Cappella della Madonna di Guadalupe, la lapide della sepoltura avvisa di contenere al proprio interno 7 salme. “Nel ‘500 – dice Buscemi – si riusciva, con efficacia maggiore dei nostri attuali amministratori, a risolvere il problema del sovraffollamento!”.
Che dire poi delle numerose e inconsuete Madonne a cui Palermo ha dedicato una Chiesa: si va dalla “Madonna della Mazza”, alla “Madonna SS. Avvocata delle Cause Disperate”. E ancora, il vicolo della “Perciata” a Ballarò, dove nacque Cagliostro, prende il nome dall’usanza dei frequentatori delle taverne del mercato di andare nel vicolo a orinare.
Insomma, Palermo, è chiaro dai racconti di Lino Buscemi, è un serbatoio di storie, un immenso vaso di Pandora da valorizzare e di cui lasciare memoria alle future generazioni.