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Palermo

Racket alla "Mondoauto"
Sette anni per le estorsioni


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Sette anni per l'estorsione a Vincenzo Lo Bosco, titolare della concessionaria Hyundai “Mondoauto”. Ferdinando Lainnusa, che da 18 mesi si trovava in carcere in custodia cautelare, è stato dichiarato colpevole dalla V sezione penale del tribunale di Palermo, che oltre alla reclusione l'ha condannato al pagamento di 5.000 euro a titolo di risarcimento danni a ciascuna parte civile chiamata in causa e di 4.500 euro ciascuno a titolo di rimborso spese. La richiesta del pm Marcello Viola, invece, era di 10 anni di reclusione e 2.000 euro di multa a titolo di pena.
Nel processo si sono costituiti parte civile Confindustria Palermo, il centro Pio La Torre, la Provincia, l’associazione Addio Pizzo, Confcommercio, Solidalia, SoS Impresa e il Coordinamento vittime di estorsioni, usure e mafie. Sono state  proprio le associazioni, rappresentate dai rispettivi legali, a chiedere il risarcimento danni a titolo non patrimoniale e la restituzione delle spese. La ricostruzione del pm ha ripercorso il contenuto dell’attività investigativa e delle intercettazioni. Fondamentale nella ricostruzione dei fatti è stata la dichiarazione di un collaboratore di giustizia, che in un altro contesto aveva dichiarato che l’imprenditore era sottoposto ad estorsione, dando così il via alle indagini e alle intercettazioni.
È stato lo stesso Lo Bosco, che in un primo tempo aveva rilasciato solo dichiarazioni generiche, dopo essere stato rassicurato dall’arresto del suo estorsore, a ricostruire la storia della sua attività e a dare la scansione dei fatti. Socio di maggioranza della concessionaria Hyundai “Mondoauto”, ha ammesso di aver sempre pagato il pizzo, ma con una certa discontinuità, causata dal fatto che il primo estorsore al quale aveva iniziato a pagare il pizzo a cadenza semestrale, che Lo Bosco indica come “Cuccio”, era stato poi ammazzato.
Per uno o due anni non si presentò nessuno. Poi ricominciarono gli avvisi, le telefonate e anche se,  in un primo tempo, aveva deciso di non pagare, ha spiegato, era troppo impaurito per non farlo davvero. A contattarlo fu una persona a lui amica che lo invitò a “mettersi in riga”, suggerendogli che quella che chiede il pizzo “è gente che non guarda in faccia”. Sarebbe stato l’amico stesso a giustificare il suo interessamento nella questione dicendo che “è meglio che te lo dica io che un altro”.
Dalla figura di questo amico si evince che ci sono rapporti di frequentazione fra Lainnusa e Lo Bosco, che vanno al di là della semplice conoscenza. Fu Lainnusa stesso, infatti, a contattarlo, di sua iniziativa, per mezzo di questo amico. Lo Bosco non fu mai minacciato però fu avvertito della possibilità che lui e la sua famiglia potessero subire ritorsioni.
Il processo ha dato poi la possibilità di ricostruire la figura di altri personaggi, con i quali Lainnusa risponde del capo d’imputazione in concorso: Pietro Tumminìa e Dario Formisano. Da una conversazione intercettata fra Lo Bosco e Dario Formisano, accusato di essere un altro anello nella catena di montaggio delle estorsioni, si evince che i due discutono dell’ammontare della somma di denaro e che parte della somma fosse da destinare a un'altra persona.
Fu nel 2003 che sarebbe subentrato, infatti, Tumminìa, che avrebbe iniziato a riscuotere una quota aggiuntiva di denaro. Da questo momento in poi Lo Bosco, secondo la ricostruzione dei magistrati, cominciò a pagare il pizzo pure a Tumminìa, come si evince dalle intercettazioni. Nel 2006, però, Tumminìa avrebbe deciso di mandare Dario Formisano a riscuotere il pizzo al posto suo.