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Il ricordo di Francesco La Licata

Quando la democrazia fu in pericolo


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paolo borsellino, via d'amelio, Cronaca
Quel pomeriggio di 17 anni fa Francesco La Licata era seduto alla sua scrivania nella redazione romana del quotidiano "La Stampa". L'autobomba di via D'Amelio, che per dirla con le parole di Antonino Caponnetto segnò "la fine di tutto", non aveva fatto tremare soltanto la sua città in quel momento lontana, ma aveva scosso profondamente e fatto sanguinare anche il suo cuore palermitano.
Ripercorrendo con la memoria il 19 luglio del 1992, il cronista ricorda così quel torrido pomeriggio estivo: "Purtroppo - racconta - trovandomi a Roma, dovetti assistere da spettatore a quanto accadeva giù a Palermo. Ricordo però che la prima cosa che pensai, guardando le immagini della città sventrata da un'altra autobomba, fu che dopo due mesi dalla strage di Capaci, un altro amico se ne era andato".

Superata la forte emozione iniziale, andando con la mente a qualche giorno dopo la strage, ma tenendo sempre ben impresso il sapore amaro di quelle scene di una Palermo bombardata come Beirut, come valutò quel clima di tensione che si era creato in tutta Italia?
"In quel momento ritenni in serio pericolo la sopravvivenza stessa della democrazia nel nostro Paese - dice La Licata -. Un simile attacco allo Stato, infatti, non si era verificato neppure durante il periodo degli anni di piombo, e soprattutto non fu avvertito dagli italiani nello stesso modo in cui fu recepita la minaccia delle brigate rosse".

Cos'era cambiato rispetto a quindici anni prima?
"Negli anni Settanta si costituì in tutta Italia un fronte compatto di lotta al terrorismo che andava oltre le diverse ideologie politiche, e che portò al superamento di quella situazione critica. Una visione e una presa di coscienza della realtà che invece non accadde sia nel '92 dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, sia nel '93 dopo le bombe a Roma, Firenze e Milano". 

 Da giornalista che si è sempre occupato di raccontare in particolare gli eventi legati a Cosa nostra, come crede che sia cambiato, negli anni, il modo di affrontare la cronaca?
"E' cambiato radicalmente il modo di lavorare. Dieci o vent'anni fa la notizia non te la dava nessuno e il cronista doveva spendere giornate intere per strada a raccogliere informazioni. Alla fine si tornava in redazione per assemblare i pezzi di un unico puzzle costituito da tutti questi tasselli recuperati in giro anche da altri colleghi. In questo senso credo che abbiamo precorso i tempi lavorando in pool ancor prima dei magistrati antimafia. Adesso il grosso limite è quello di trovare già tutto intavolato. Un fatto che penalizza di molto uno degli aspetti più belli e affascinanti del nostro lavoro che andrebbe riscoperto, il lavoro di cucina".