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"La storia siamo noi" su via D'Amelio

Paolo Borsellino, i suoi angeli e la rabbia


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paolo borsellino, via d'amelio
Fa un certo effetto rivedere il giudice Paolo Borsellino, con Agostino Catalano, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Fa un certo effetto dolce e amaro, di lacrime e di rabbia, guardarli, ascoltarli, non ancora morti, non ancora eroi, marciare tutti insieme verso un destino atteso. Paolo Borsellino che scherzava sempre e un giorno in ascensore disse, leggendo la targhetta: “Capienza quattrocento chili”. “Ma ci capi Enza, ragazzi?”, rivolto alla scorta, con un gioco di parole intraducibile per chi non è siciliano. E poi un’altra volta, sempre in ascensore, con Giovanni Falcone morto: “Mi dispiace solo che ci sarete voi”. Un presagio, una carezza. Tutto questo e molto altro ieri è stato raccontato da “La storia siamo noi” in una puntata memorabile. Un racconto da serrare la gola, che ha reso onore, con asciuttezza e commozione, al vero significato della parola memoria.
Via D’Amelio e la vita spezzata delle persone in quel 19 luglio. Ognuno col suo cuore, con la sua preoccupazione. Paolo, che andava a comprare il giornale sempre alla stessa ora, per farsi ammazzare, lontano dalla sua scorta. Paolo Borsellino raccontato dalle parole della moglie Agnese, nell’estremo saluto. Lei che vorrebbe seguirlo e si arrabbia. Lui che le volta le spalle. E cammina piano piano, verso la macchina blindata, senza nemmeno voltarsi, per proteggerla.
Agostino che, anni prima, aveva salvato un ragazzino dall’annegamento. E quel ragazzino, diventato uomo, oggi torna sempre in via D’Amelio con un nodo nel petto. Emanuela e il suo sorriso da sposa e i suoi genitori falciati dallo strazio. Walter che, quel giorno, aveva la sorella al mare. Claudio e Vincenzo, avvolti dall’inutile preoccupazioni, un anticipo del dolore, dalle rispettive madri. E il19 luglio, con la radio che recita: “Il sole sorge alle sei e tramonta alle venti e ventotto”. Il racconto dell’autista Antonino Vullo, l’ultimo sorriso e l’ultima sigaretta del giudice. E le bare, in una chiesa caldissima. C’era Palermo intorno a quelle bare. Ribelle. Vociante. Incattivita. Con l’anima trafitta. C’era Palermo. Più bella di adesso.