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In Sicilia va in scena l'opera dei pupi


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Di Gian Antonio Stella (tratto da www.corriere.it) Chi sia Nofriu e chi Virticchiu, chi Rusidda e chi Peppinino non è facile da stabilire. Perché, certo, Lui­gi Pirandello fa dire al cornuto Ciampa «pupi siamo, caro Signor Fi­fì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tut­ti ». Ma perfino un 'oprante' straor­dinario come Mimmo Cuticchio fa­ticherebbe a calare Lombardo e Mic­ciché, Dell'Utri e Martino e gli altri Paladini di Trinacria in rivolta nel nome del Sud nei panni di questo o quel personaggio. Poche volte, però, la politica sici­liana ha dato l'impressione come oggi di seguire gli antichi copioni della grande opera dei Pupi. Quella dove va in scena 'la più invisibile delle guerre invisibili'.

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Di Gian Antonio Stella (tratto da www.corriere.it)

Chi sia Nofriu e chi Virticchiu, chi Rusidda e chi Peppinino non è facile da stabilire. Perché, certo, Lui­gi Pirandello fa dire al cornuto Ciampa «pupi siamo, caro Signor Fi­fì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tut­ti ». Ma perfino un 'oprante' straor­dinario come Mimmo Cuticchio fa­ticherebbe a calare Lombardo e Mic­ciché, Dell'Utri e Martino e gli altri Paladini di Trinacria in rivolta nel nome del Sud nei panni di questo o quel personaggio. Poche volte, però, la politica sici­liana ha dato l'impressione come oggi di seguire gli antichi copioni della grande opera dei Pupi. Quella dove va in scena 'la più invisibile delle guerre invisibili'.

Dove Beltra­mo e Malagigi, Cladinoro e Gandel­lino, 'agìti' dal puparo che invisibi­le li sorregge, si muovono avanti e indré in un tale strepito di grida e sbattere di spade da spingere gli spettatori a sentirsi 'arizzari li car­ni'. Dove si affollano momenti epi­ci: «Cadde Grandonio / ed or pen­sar vi lasso / alla caduta qual fu quel fraccasso / Levosse un grido tanto smisurato...». Dove non sai mai fi­no a che punto l'eroe sia davvero un eroe e il traditore davvero tradi­tore. L'unica parte certa è quella che i ribelli siciliani di quella che era la Casa delle Libertà hanno cucito ad­dosso a Silvio Berlusconi. La parte di «Carrumagnu cu lu pugnu chiu­su », cioè Carlomagno col pugno chiuso. Onorato sì, perché potentis­simo. Ma avaro. Così tirchio da non volerne sapere di scucire quei famo­si fondi europei per le aree sottosvi­luppare «che spettano al mezzogior­no ». Da avere abolito l'Ici, stando all'accusa dell'economista Gianfran­co Viesti, «togliendo un miliardo e mezzo alle infrastrutture di Sicilia e Calabria». Da avere finanziato tutte le misure anticrisi «togliendo soldi al Sud» per un totale, secondo lo Svimez, di 18 miliardi. Di qui la ri­volta, che non si placa. E che divide il centro-destra isolano come mai prima. Da una parte, additati dai rivolto­si quasi come fossero dei traditori al pari dell'odiato Gano di Magon­za, ecco quelli che dicono che no, non è vero che il governo è succu­bo della Lega Nord e non è proprio il caso di creare problemi e addirit­tura minacciare secessioni. Come Renato Schifani, il presidente del Se­nato che sei anni fa scommetteva su un futuro trionfale ('Nel 2006 consegneremo al Paese un nuovo Mezzogiorno: il Mezzogiorno del benessere') e oggi è così inviso a Raffaele Lombardo da subire a fine maggio l'affronto più insolente: il mancato invito da parte del Gover­natore ('Minchia, m' u scurdai...') alla cena offerta a Napolitano in visi­ta.

O Angelino Alfano, lui pure quel­la sera «dimenticato» (insieme al sindaco Diego Cammarata e al presi­dente dell'Ars Francesco Cascio) ma soprattutto imputato dai ribelli di essere «più vicino ad Arcore che ad Agrigento» fin da quando lasciò trapelare una confidenza che oggi gli viene rinfacciata sulla sera in cui aveva conosciuto il Cavaliere. Il qua­le, per fargli un complimento, gli avrebbe detto: «Ma davvero lei è si­ciliano? La sento parlare in italia­no... ». O ancora il coordinatore del Pdl isolano Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Cata­nia, che aveva stretto con Schifani e Alfano ('Renatino e Angelino', li chiamano i nemici) il 'patto del pi­stacchio' e non aveva fatto mistero di puntare alle europee alla mitica soglia (poi clamorosamente fallita) del 51%, che avrebbe consentito al partito di mettere in riga Lombardo e perciò bollato da Gianfranco Mic­ciché come «un farabutto che rac­conta minchiate a Berlusconi». Per non dire di Totò Cuffaro, che spara sì contro il Nord dicendo che «Malpensa vale dieci Casse del Mez­zogiorno » e che i fondi per le aree sottosviluppate «sono finiti al Par­migiano e non alla vite», ma si è schierato contro ogni ipotesi del partito del Sud ('Un grande flop') e in ogni caso pare avere oggi un obiettivo solo: farla pagare a Lom­bardo. Reo d'avere detto di volere 'decuffarizzare' la Sicilia. Al che 'Vasa vasa' sibilò gelido: «Non è più mio amico». Dove quel 'più' sottolineava un odio che manco Mandricardo verso Orlando dopo la morte di Manilardo.

Quanto a Silvio «Carlomagno» Berlusconi, i ribelli che si agitano sulla scena con sbatacchiar di spa­de e quelli che se ne stanno appa­rentemente un po' in disparte come Marcello Dell'Utri che forse più di tutti, a ragione o a torto, sembrereb­be adatto alla parte del puparo, pa­re non accettino su tutte due cose. Una è il modo in cui ha liquidato i problemi posti come frutto di in­quietudini di uomini frustrati e in­soddisfatti, una parte che Antonio Martino (che per anni ha sbandiera­to di avere 'la tessera numero 2 di Forza Italia' e oggi appare malinco­nicamente ai margini) e Gianfranco Micciché (il quale aveva a suo tem­po puntato al posto di governatore mettendo per iscritto che 'nessun sogno potrà essere oggetto di tratta­tiva, altrimenti diventa incubo') re­spingono con stizza. L'altra è l'uso di «due pesi e due misure» verso gli alleati. Se il Cavaliere rivendica il di­ritto di decidere a Roma o a Milano come vanno spesi i soldi dei Fas de­stinati al Sud, perché mai la tanto sbandierata bontà del federalismo dovrebbe valere per il Nord leghi­sta e non per il Mezzogiorno? Eppu­re dietro le minacce, gli strappi, le ricuciture, gli avvertimenti, le ma­novre, resta anche agli osservatori più attenti l'impressione di qualco­sa di non detto. Qualcosa che sfug­ge... Come se i protagonisti usasse­ro il 'paccaglio', quel linguaggio in­comprensibile ai non iniziati usato un tempo dai pupari per rappresen­tare storie 'proibite' di ribellione contro lo Stato senza mettere tutti in allarme. Così come sfuggono i 'tempi' di questa strepitosa vicen­da politica e umana che sta andan­do in scena. Il ciclo completo dei 'Paladini', una volta, durava 555 giorni.

Cinquecentocinquantacinque giorni di colpi di scena, passioni, tradimenti, duelli e carneficine. Au­guri. Ma va detto: forse sarebbe più fa­cile capire la «limpidezza cristalli­na » di questa «seria battaglia auto­nomista » se anche di questi tempi non avessero continuato a uscire sui giornali locali notiziole come quella di qualche giorno fa. L'assun­zione da parte della Regione di 160 precari per vigilare 24 ore su 24 il traffico dei quattro sottopassi pedo­nali della circonvallazione palermi­tana: 40 assunti a sottopasso...