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Fiat di Termini, zero in indotto


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(Tratto da "Il Foglio" del 6 agosto 2009) Dopo la seduta brillante di due giorni fa, con il titolo che sull'onda dei numeri delle immatricolazioni italiane aveva fatto segnare più 7,3 per cento, ieri sono stati i dati di Berlino - Fiat ha segnato a luglio un incremento del 95 per cento delle vendite - a far guadagnare al gruppo un altro 0,48 per cento in Borsa. Dati che comunque non cancellano alcuni problemi strutturali della Casa di Torino, come ad esempio la situazione dello stabilimento di Termini Imerese e del suo indotto. Mai sviluppatosi pienamente, secondo molti osservatori.

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(Tratto da "Il Foglio" del 6 agosto 2009)
Dopo la seduta brillante di due giorni fa, con il titolo che sull'onda dei numeri delle immatricolazioni italiane aveva fatto segnare più 7,3 per cento, ieri sono stati i dati di Berlino - Fiat ha segnato a luglio un incremento del 95 per cento delle vendite - a far guadagnare al gruppo un altro 0,48 per cento in Borsa. Dati che comunque non cancellano alcuni problemi strutturali della Casa di Torino, come ad esempio la situazione dello stabilimento di Termini Imerese e del suo indotto. Mai sviluppatosi pienamente, secondo molti osservatori.
Giuseppe Volpato, docente di Economia e gestione delle imprese e dei settori industriali all'Università Ca' Foscari di Venezia, torna alle origini storiche dello stabilimento: "La Fiat ha aperto a Termini Imerese perché all'epoca il momento era favorevole, ma anche perché ha ricevuto, a suo tempo, significativi aiuti pubblici. Si sperava che l'indotto locale potesse svilupparsi autonomamente sulla scia del grande gruppo industriale". Tale passaggio non si è verificato: "Da un lato perché in Sicilia non c'era la giusta cultura dell'imprenditorialità, dall'altro per via di difficoltà specifiche come la presenza della mafia sul territorio", dice al Foglio Volpato. Lo stabilimento, a oggi, conta 1.400 dipendenti, contro i 3.500 tecnici e operai degli anni d'oro. L'indotto non ha mai superato l'occupazione diretta dell'impianto ed è anzi andato diminuendo nel corso degli anni: se fino al 2001 ammontava a 1.000 operai in cinque fabbriche, oggi è sceso a 400 professionisti impiegati in sole tre fabbriche. "Sicuramente c'erano delle ragioni politiche per la costruzione di Fiat Termini", dice Luca Germano, autore del libro "Governo e grandi imprese. La Fiat da azienda protetta a global player" (Mulino): "L'impianto è assolutamente anti-economico, e così la questione si ripropone periodicamente ogni qualvolta che si attraversa un periodo di crisi".
Nel suo libro, Germano evidenzia i costanti interventi pubblici pro Fiat. Un conto che è lievitato con il passare dei decenni. Sette anni fa, le stime del ministero delle Attività produttive parlavano di 4,5 miliardi di euro versati complessivamente alla Fiat per sostenere Termini Imerese. Aldo Bonomi, sociologo, esperto di modelli economici e industriali, afferma che "storicamente, l'insediamento di una grande impresa in un territorio ha sempre avuto un esito ambivalente". Da un lato produce un effetto di civilizzazione, di discontinuità rispetto a meccanismi preesistenti fondati sul settore primario. Dall'altro, l'im- patto è tale da distruggere alcuni elementi sociali ed economici preesistenti. L'impianto Fiat - spiega al Foglio Bonomi - risale a una prima ondata di industrializzazione imposta dall'alto che ha avuto una sua efficacia, non tanto per la capacità di generare sviluppo, quanto piuttosto per il fatto di aver portato una cultura industriale in aree che ne erano sprovviste. Categorico il parere di Giuseppe Berta, docente alla Bocconi, storico dell'industria e già responsabile del Centro storico Fiat: "Produrre automobili a Termini Imerese è un vero e proprio nonsense. Le carenze infrastrutturali dei trasporti in Sicilia fanno levitare i costi di produzione  oltre ogni limite". Non solo: l'impianto opera ben al di sotto della soglia di efficienza. Su una capacità produttiva di 120 mila auto l'anno, la produzione reale è di appena 70 mila: 50 auto per operaio, contro le 71 di Melfi. Secondo Berta, "sarebbe stato meglio creare un più solido tessuto di piccole e medie imprese legate al territorio, ma questa consapevolezza si è raggiunta soltanto nei decenni successivi, guardando al Nord Italia. Oggi, è sin troppo evidente che il futuro economico della Sicilia non è industriale o metalmeccanico". Ma secondo Gianfranco Viesti, professore di Economia presso l'Università di Bari e di recente diventito assessore per la regione Puglia, "gli investimenti effettuati per l'impianto di Termini imerese non sono soldi buttati. La presenza di Fiat ha giovato al distretto quale fonte di occupazione diretta e di accumulazione di know how". Carlo Scarpa, docente di Economia industriale presso l'Università di Brescia, ritiene che la presenza sul territorio di grandi gruppi industriali possa avere risvolti positivi, a patto che vi sia un giusto humus: "Nel caso di Termini- spiega - bisogna investire sulle infrastrutture e sul sistema sottostanti, e creare le condizioni, anche di legalità, entro le quali l'impresa privata può svilupparsi".