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Concluse le indagini del primo filone dell'inchiesta "Perseo"

Negarono di pagare il pizzo
tre commercianti alla sbarra


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C'è il pescivendolo, il titolare del negozio di articoli sportivi e il costruttore. Tutti e tre, secondo quanto emerso nelle indagini dei carabinieri, hanno pagato il pizzo. Si tratta del primo stralcio dell'inchiesta "Perseo" che ha portato nel dicembre scorso a un centinaio di arresti. I due commercianti e l'imprenditore sono stati chiamati dagli inquirenti a confermare le emergenze delle indagini e hanno negato "di aver ricevuto richieste di natura estorsiva e di aver versato alcuna somma a tale titolo". Per questa ragioni sono stati denunciati per favoreggiamento a Cosa nostra.

Il pescivendolo. Vincenzo Rizzo, 45 anni, proprietario della pescheria "Da Enzo" di via Palmerino. Secondo i magistrati col suo silenzio avrebbe favorito Enrico Scalavino, il "re del pizzo" della famiglia di corso Calatafimi. A conferma dell'ipotesi di reato ha parlato il pentito Angelo Casano. Nella pescheria lavorava Giuseppe Marano che ha interceduto con i boss per convertire il pizzo da mille euro al mese in natura: forniture di pesce per le feste.

Carella sport. Rosario Carella, 41 anni, è titolare dell'omonima attività di vendita di articoli sportivi. E' accusato di aver coperto col suo silenzio - oltre Scalavino - anche Filippo Annatelli, reggente della cosca. A intascare la somma di denaro, 1.500 euro al mese, sarebbero stati Angelo Casano e Giuseppe Calcagno che poi hanno parlato, collaborando con gli inquirenti.

Il costruttore. Infine Gaetano Filippone, 74 anni, titolare di una ditta di costruzione ai Danisinni, a Palermo. A compiere l'estorsione sarebbe stato Giuseppe Perfetto. Avrebbe incassato prima 300 euro e poi un'altra tangente per la costruzione di uno stabile in corso Calatafimi. Lo stesso Perfetto si sarebbe presentato in cantiere e, parlando con gli operai, avrebbe minacciato di far "finire di colpo" il ponte.

Entro venti giorni - come scrive il 'Giornale di Sicilia' - gli indagati possono presentare memorie e chiedere di essere interrogati. Poi scatteranno i rinvii a giudizio. I tre al momento sono difesi dall'avvocato Domenico Trinceri, legale d'ufficio.