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ROSANERO A MILANO. Da "Il Palermo", in edicola

L'uruguagio che non conosce la fatica


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di Enrico Nunnari. Nel suo nome, si sono separati i pensieri dei palermitani in questi anni. C’è chi per strada lo avrebbe abbracciato come un fratello e chi non lo avrebbe degnato neanche di un saluto. Edinson Cavani è semplicemente così: un ragazzo che divide i popoli per poi magicamente unirli, nell’urlo di una palla calciata in rete.

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Nel suo nome, si sono separati i pensieri dei palermitani in questi anni. C’è chi per strada lo avrebbe abbracciato come un fratello e chi non lo avrebbe degnato neanche di un saluto. Edinson Cavani è semplicemente così: un ragazzo che divide i popoli per poi magicamente unirli, nell’urlo di una palla calciata in rete.
Nell’era in cui viene dato dell’alieno ad un giamaicano che in nove secondi e cinquantotto decimi di ordinaria follia copre centro metri, non si sa quale aggettivo dover appioppare – per bilanciare – ad un uruguaiano che cento metri li copre ogni settimana, avanti ed indietro, per novanta minuti più recupero, senza neanche star li a contare i decimi. Roba da far stringere il cuore quando lo si vede  volare da un’area all’altra, mentre in mezzo maglie azzurre e rosanero sembrano quasi immobili, spettatori non paganti di una partita dove lui è il protagonista. Ha appena fatto una giocata al limite dell’area, e dopo due secondi è a dar fastidio sulla trequarti difensiva, sessanta metri più indietro. Che ruolo ha? Boh, tutti.
Sicuramente capisci che questo Palermo, senza lui, non sarebbe affatto lo stesso. Perché se Miccoli è la fantasia di questa squadra, Cavani di questa squadra è il cuore ed il sudore della maglia. Perché di Cavani, te ne innamori proprio quando verso la fine della partita ti scaglia in curva un pallone da due passi, arrivandoci dopo sessanta metri ed novanta minuti di estenuante galoppata. Perché capisci che in fondo, è umano come te. Anche se gioca a far finta di non esserlo.