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Chi vigila sui Fas?


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cronista, fabrizio feo, fas, fondi europei, regione siciliana, S, S
Nel dedalo delle bugie, dei depistaggi, di ricordi spesso confusi e tardivi, sovente troppo lacunosi per essere genuini, sembra impossibile avere giustizia sulle stragi di mafia. Appena vedi un barlume di luce pare subito che questa si allontani: ma è anche vero che i fantasmi ritornano sempre, senza pace. Fino a che le partite col passato non vengono chiuse trovando la verità...
Così questa estate ha tenuto a battesimo nuove speranze ed evocato nuovi interrogativi. In attesa di capire dove conducano nuove indagini e collaborazioni, va tenuto d’occhio un capitolo che dal tema delle stragi non è distante, quello dei grandi appalti, dei lavori pubblici, la miniera di denaro che in mazzette destinate a mafiosi e politici attirava – e attira – appetiti, attraversa e forma accordi, alleanze, strategie politiche: secondo Paolo Borsellino una delle tracce che potevano aiutare a spiegare la morte di Giovanni Falcone.
Con la valanga di denaro – 4,3 miliardi di euro – destinati alla Sicilia si torna a parlare di grandi opere, infrastrutture: molte utili, altrettante inutili o irrealizzabili. Come il completamento di alcune dighe che dovrebbero servire a ridurre la carenza di acqua, la sete dei siciliani. La diga di Blufi, per esempio, nelle Madonie: lavori interrotti nel ‘96 senza che venisse costruito nemmeno il corpo principale, cemento che sta andando in malora, tra le imprese nomi più volte chiamati in causa dal ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra Angelo Siino nel corso della sua ricostruzione della “mafia & appalti story”, opere da rifare completamente. Sono stati già spesi 140 miliardi di lire e servirebbero, secondo stime prudenti di vari organi tecnici, altri 155 milioni di euro.
A che serve? Non è l’unica diga che incrocia, anche nelle cronache recenti, la sua storia di sprechi o di errori con quella degli affari di Cosa Nostra. C’è quella di Disueri. La lista, se volessimo apirire il capitolo delle opere stradali, sarebbe ben più lunga. Tutto noto e purtroppo per molti non abbastanza sconvolgente. In Sicilia e in un’Italia distratta si digeriscono e dimenticano rapidamente anche vicende come quelle degli ospedali costruiti con la sabbia, figuriamoci quanto dura il ricordo di cavalcavia e gallerie a base di cemento depotenziato. Ma se il cemento era fasullo, i soldi che venivano spremuti da quegli appalti erano veri, e tanti. A questo punto, mentre si cerca di capire ancora qualcosa di affari e accordi di 20 anni fa (magari in parte già chiari, che portarono sconvolgimenti e lutti e aprirono una delle pagine meno edificanti della storia dello Stato, la trattativa con Cosa Nostra), chi vigilerà, e come, sull’impiego del nuovo fiume di denaro? Chi controllerà che quella valanga di euro – frutto di un braccio di ferro dentro la maggioranza di centrodestra ancora in buona parte da decifrare – sia impiegata utilmente, non vada nelle tasche sbagliate, non tenga a battesimo nuovi patti scellerati e non porti altro sangue? Una risposta seria sarebbe utile. Possibilmente non tra 20 anni.