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L'intervista

L'ex direttore della Fondazione Federico II
a Live Sicilia:"Ecco i segreti dell'Ars"


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, Cronaca
L'ex direttore generale della Fondazione Federico II, al centro di una bufera scoppiata nei giorni scorsi, è accusato dal collegio dei revisori dei conti dell'Assemblea regionale siciliana di aver sottratto circa 110 mila euro alle casse della Fondazione per concedersi lussuosi viaggi alle Maldive, shopping sfrenati a Madrid e gite in barca a Panarea, ha deciso di raccontarci in esclusiva la sua verità e contestare, punto per punto, le accuse mosse contro di lui dai vertici dell'Ars. Ce n'è davvero per tutti.

Facciamo un passo indietro: quali furono le reali ragioni delle sue dimissioni da direttore della Fondazione Federico II?
”Io mi sono dimesso da direttore della Fondazione per un solo motivo. La mattina del 30 novembre 2007 ero nel mio ufficio, quando venni convocato a casa sua dall'allora presidente dell'Ars Gianfranco Miccichè. Qui incontrai Nino Minardo, oggi deputato nazionale di Forza Italia, e suo padre Saro. Miccichè mi disse che Nino Minardo, all'epoca presidente del Consorzio autostrade siciliane, aveva un problema: il bilancio del consorzio aveva delle grosse perdite e Minardo non se la sentiva di portare il bilancio in Consiglio. Miccichè, di cui Minardo era un gran sostenitore nelle campagne elettorali, mi chiese dunque di dimettermi dalla direzione generale della Fondazione, in modo tale da poter nominare Nino Minardo al mio posto e inviare un segnale politico forte a Ragusa”.

Lei come si comportò?
"Risposi a Miccichè che capivo il suo problema, e che mi sarei dimesso nonostante fossi titolare di un contratto che mi legava alla Fondazione fino al 2011 per 220 mila euro lordi annui, cifra che ho rifiutato in virtù del fatto che la mia nomina era dipesa dal rapporto politico che mi legava all'allora presidente dell'Ars".

Lei viene accusato di diverse irregolarità amministrative, in particolare di ammanchi nella gestione della biglietteria di palazzo dei Normanni
”La prima cosa che ho fatto al momento del mio insediamento è stato mettere ordine nella gestione dei soldi della Fondazione. Sono stato l'unico che ha avuto il coraggio di rompere un meccanismo che, utilizzando la biglietteria di Palazzo dei Normanni, faceva mettere soldi in tasca ad una serie di personaggi senza che nessuno potesse accorgersene. I fatti sono questi. Era stato comprato nel 2005 un software di biglietteria elettronica da una azienda torinese. Invece di stampare il biglietto, la macchina stampava su un tagliando prestampato inserito dall'operatore che, nel frattempo, aveva digitato l'importo. Furono acquistati un milione di tagliandi prestampati a quattro colori ad un costo allucinante. Il software, quando si lanciava la stampa, numerava il biglietto e il gioco era fatto".

In che senso?
"Quando arrivava un gruppo ad esempio di cinquanta persone, questo poteva godere di una tariffa ridotta, dai 6 euro del prezzo intero, scendeva a 4 del ridotto. Invece di fare 50 biglietti da 4 euro, con l'indicazione 'biglietto cumulativo', si faceva un solo biglietto da 200 euro per 50 persone. Il meccanismo consisteva nell'emettere un solo tagliando di importo variabile, da gratuito a 6 euro,e appena veniva lanciata la stampa si spegneva la macchina dall'interruttore. Il software in questo modo contabilizzava la stampa emessa, ma di fatto l'addetto alla biglietteria prendeva un altro tagliando non numerato e su di esso scriveva a mano 'gruppo da 50', senza importo ma solo con un timbro della Fondazione".

Lei come intervenne?
"Arrivato in Fondazione, nel luglio 2006, dal mese successivo feci acquistare una numeratrice a mano. Ogni visitatore, anche in gruppo, aveva così il suo biglietto con l'importo effettivamente pagato e oltre la biglietteria feci mettere un posto ulteriore di controllo con un impiegato che staccava le matrici dei biglietti. Ogni giorno mi veniva portato il sacchetto con le matrici. Quando realizzammo il conto per i tagliandi emessi nel periodo precedente la mia gestione, venne fuori che mancavano 13 mila biglietti. Un ammanco che, potenzialmente, può arrivare a valere 2 milioni e 600 mila euro".