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LA CRISI DEL PRIMO CITTADINO

Il sindaco della città dei dannati


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, Cronaca
Una bambina è morta, a Palermo. Diranno che è normale, che non è colpa di nessuno. Noi siamo strani. Non è normale, per noi, che una bambina passi da una baracca alla morte, senza avere conosciuto né un etto di benessere, né un riflesso di cielo. Normale? Ci abituiamo a tutto, in fondo. Ma a noi la storia di M., la storia del buio che prima l'ha circondata e poi inghiottita,  già ci pare il paradigma di una città dannata e disperata. Inutile puntare gli occhi lassù per cercare le stelle. 
E in ogni disperazione, nel gorgo più profondo, c'è sempre un mistero buffo che riluce di sarcasmo beffardo. Ferisce. Nella nostra tenera Venezia Palermitana, nell'epica dell'acqua alta mista a munnizza e cadaveri di bambini poveri, è spuntata come un atroce motto di spirito la barca del sindaco. Arca dell'alleanza? Macché vascello fantasma di una amministrazione spettrale. E il sindaco che fa, mentre soffia il tifone del dolore collettivo e  dello scandalo personale e travolge le vele? Manda comunicati stampa sempre più guardinghi, asserragliato in una spirale di nonsenso e di nonconsenso. Sì, una spirale invincibile. Una marea capace di cancellare le ultime tracce di sorriso al dentifricio perfino dai suoi manifesti elettorali, uno tsunami che consegna alla non-città un non-sindaco. Perchè è chiarissimo: ormai tutti guardano oltre e hanno scaricato la merce in vista di futuribili guadagni. Guardano oltre gli squali d'altura e i piccoli pesci. Diego Cammarata è un inciampo per i giochi del Palazzo, per le trame che non viste si stanno intrecciando alla prima penombra disponibile. E nelle parole trasversali di destra e di sinistra, negli avverbi irruenti, negli aggettivi scagliati come anatemi, si coglie il fremito moraleggiante del potere che si riveste con indumenti  umani per perpetuarsi, per arraffare il soglio del primo cittadino abitato da un fallimento. Il potere siciliano - si sa - è una brutta e malvagia bestia. Non  poggia sul pilastro del servizio, si regge sul malgoverno. I reucci locali amano fustigare i loro sudditi, nella certezza del nuovo consenso che, immancabile, fiorirà dalle cicatrici, per antico masochismo dei deboli.
Che farà l'attuale sindaco pro tempore mentre gli altri gli preparano l'epitaffio, mentre sul ponte sventola bandiera bianca? Come potrà spezzare l'isolamento che l'attanaglia e l'immobilismo che sta già coprendo Palermo e che tutto vorrà immutabile fino alle prossime elezioni?
Magari potrebbe provare a governare, togliendosi di dosso la polvere, cacciando dalle stanze padrini e padroni che, oltretutto, l'hanno rinnegato. Diego Cammarata non ha più nulla da perdere. Non ha più rendite da conservare. E' la condizione ideale per imprimere una svolta, per tentare di mutare l'assetto delle carte in tavola e affrontare i nodi di petto, col coraggio della disperazione. Il mare da attraversare è grande. Non basta uno skipper, ci vuole un nocchiero sperimentato. Ma chissà che dalla disperazione della città dei dannati, dei bambini che muoiono senza requiem e dei topi che figliano, non possano nascere, un giorno, macerie migliori dei sogni dissolti tra le braccia della speranza.