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Lettere dal carcere


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di Lino Buscemi (Dirigente dell'ufficio del Garente dei diritti del detenuto) Nel corso di uno dei tanti colloqui, un detenuto, di nazionalità straniera “alloggiato” in una delle super affollate prigioni della Sicilia, ha chiesto, al Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, di sollecitare il suo trasferimento in un carcere di una città del nord.

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di Lino Buscemi (Dirigente dell'ufficio del Garente dei diritti del detenuto)

Nel corso di uno dei tanti colloqui, un detenuto, di nazionalità straniera “alloggiato” in una delle super affollate prigioni della Sicilia, ha chiesto, al Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, di sollecitare il suo trasferimento in un carcere di una città del nord. Non un carcere qualsiasi, ma uno dove è possibile poter frequentare (internamente) una facoltà giuridica universitaria. La sua condizione di “ristretto” senza permesso di soggiorno non gli consente l’iscrizione in una pubblica università dell’Isola. Ostacolo, invece, del tutto superabile, nel penitenziario individuato dove non è richiesta alcuna formalità se non quella di essere semplicemente “detenuto”. Si poteva non esaudire una così legittima richiesta, peraltro conforme all’articolo 27 della Costituzione secondo cui “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”? Il giovane recluso è stato iscritto all’università desiderata ed ora si è in attesa del tanto desiderato trasloco. Quello che, però, colpisce, in questa vicenda,  è la personalità del giovane che, consapevole di dover pagare il suo debito con la giustizia, mostra con i fatti una volontà di ferro nel pensare al suo futuro ed a costruire un percorso di legalità. Il suo vivo interesse per gli studi lo spinge ad impegnarsi fin d’ora, curioso com’è della importanza di una delle prime materie di studio e cioè il diritto pubblico. C’è in lui una urgenza mista a consapevolezza di capire in profondità il sistema costituzionale ed amministrativo del Paese Italia dove egli si trova detenuto. Dopo qualche telefonata con gli educatori del carcere settentrionale, è stato fatto dono, da parte dello stesso Garante, del libro di diritto adottato sia per incoraggiarlo, sia per sottolineare che il reinserimento sociale è un obiettivo prioritario (così dovrebbe essere, ma nei fatti non lo è) nell’azione di quanti sono chiamati a tutelare i diritti e la dignità delle persone che hanno sbagliato ma che non meritano, tuttavia, di essere trattati in maniera sbagliata attraverso gratuite torture ed afflizioni di ogni tipo.
Non si può descrivere come questo piccolo gesto sia stato recepito da quel giovane, proveniente da una lontana nazione della ex Jugoslavia. Ha sorriso un po’, ma erano i suoi occhi che esprimevano gratitudine e felicità.
Sono sicuro che queste “attenzioni” produrranno effetti positivi. Purtroppo si è in presenza di casi singoli che anziché costituire la regola sono l’eccezione.
“I forcaioli”, che troviamo dentro e fuori il Parlamento, vogliono, invece, un carcere inumano ed afflittivo. Come quello attuale che, per dirla con il Ministro della Giustizia, “è fuori dalla Costituzione”. Se lo dice lui c’è da credergli sulla parola.
Oggi si preferisce carcerare più gente possibile (nell’ultimo anno sono stati “inventati” reati ridicoli che prevedono pene detentive), perpetuare il sovraffollamento (dodici persone in una cella dove al massimo potrebbero starcene quattro: perdono la dignità di esseri umani) e non destinare che pochissime risorse alle attività di recupero e di reinserimento sociale. Le pene alternative (arresti domiciliari ecc.) sembrano retaggio esclusivo dei “non poveracci”.
Prevale lo spirito di vendetta e l’atteggiamento repressivamente feroce. Sovente si “butta la chiave” delle celle e si trasformano le carceri in discariche umane. Poco o quasi nulla si fa per applicare la Costituzione e lo stesso Ordinamento penitenziario per evitare “trattamenti contrari al senso di umanità” e comportamenti non conformi ad uno Stato democratico e civile. Nelle carceri, a parte le proverbiali carenze degli organici amministrativi e di polizia penitenziaria, sono insufficienti gli educatori, i psicologi, i sanitari ed altre figure professionali chiamate a svolgere un ruolo importantissimo per garantire trattamenti umanitari e conformi ai programmi (assai scarsi) di recupero sociale.
Si perpetua, dunque, una metodologia ultrasecolare che intende assegnare al carcere una funzione punitiva, che sfocia spesso nella violenza e nella tortura anche fisica, ostacolando qualsiasi processo di modernizzazione e di rieducazione che potrebbe infliggere davvero alla criminalità organizzata un duro colpo (a proposito si è mai fatta una severa analisi sociologica dei soggetti reclusi nelle patrie galere?). Più le prigioni sono affollate di persone cui si nega anche la dignità di esseri umani, più diventa difficile avviare una azione di bonifica sociale e qualsiasi proposito di ristabilimento della legalità e del rispetto delle regole.
Il giovane detenuto della ex Jugoslavia ha capito, forse, più degli altri che investire nella “cultura”, impegnandosi in uno studio serio e severo, può aprire varchi di speranza per un vero ed effettivo futuro reinserimento sociale per “non sbagliare più” e “vivere una vera vita normale e non lasciarsi fagocitare dagli inferni metropolitani in cui si è costretti a crescere”.
È angosciante pensare che rispetto a tanta genuina lucidità di un detenuto, di converso possa ancora prevalere l’oscurantismo dei forcaioli di turno. Questi continuano scioccamente a pensare che con la “mano pesante” si può risolvere tutto e rendere felici le nostre turbate città. È arrivato il momento di far capir loro il valore della cultura, dell’eticità del comportamento e la conoscenza profonda del nostro ordinamento che sembra tanto interessare non loro ma lo straniero recluso (che fa li mandiamo a seguire, magari,  qualche corso serale di studi superiori?). Probabilmente si accorgerebbero che non ci potrebbe essere spazio per intolleranza e gratuite severità, se prevalessero la piena occupazione, politiche sociali e familiari d’avanguardia ed una scuola degna di questo nome. Questi, però, allo stato attuale, sembrano argomenti non all’ordine del giorno.