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Palermo, al festival della Legalità

Caselli: "Costituzione a rischio"
Polemica con Grasso


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La Costituzione della Repubblica Italiana è a rischio? “Si”. Secco, deciso, Gian Carlo Caselli non ha dubbi. Questa sera, durante la presentazione del suo ultimo libro a villa Filippina, il procuratore capo di Torino, con la sobrietà che da sempre lo contraddistingue, ha detto cose che faranno rumore.

Davanti alle incalzanti domande di Felice Cavallaro e Filippo D'Arpa sul patto tra mafia e Stato, Caselli si dimostra estremamente abile nell'eludere la questione perché, dice: “per abitudine personale e per la professione che esercito, sono portato a parlare soltanto di fatti comprovati”.

In merito alle dicerie sulla disunità della Procura di Palermo nel dopostragi, al contrario, non esita affatto: “Sono convinto che tutti abbiamo remato nella stessa direzione. La Procura ha attraversato un momento di grossa difficoltà. I corvi, i veleni, la mancata protezione di Borsellino... 'Basta!' era l'unica cosa che andava detta. Quello era il momento d fare squadra. E i risultati sono arrivati. Dalle centinaia di ergastoli, fino ai 10.000 miliardi di vecchie lire di beni confiscati alla mafia”.

Poi una valutazione,  amara,  sulla sentenza Andreotti: “non è concepibile che di fronte a quella pronuncia della Cassazione, quindi definitiva, non si sia discusso sulla qualità della democrazia che si è formata in quegli anni”.

E ancora, si torna a parlare di Falcone e Borsellino: “la legge sui collaboratori di giustizia, che si arena in Parlamento dopo la strage di Capaci e viene approvata all'unanimità soltanto dopo i fatti di via D'Amelio, è una legge intrisa del sangue e dell'intelligenza di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Su quella legge Falcone, in vita, ha molto insistito. Al punto di arrivare a dire che “Se è vero come è vero che una delle cause prime del potere della mafia è dato dalla collusione con pezzi di politica, potrebbe sorgere il sospetto (Falcone si teneva cauto – aggiunge Caselli – io parlerei di qualcosa di più di un semplice sospetto) che non si voglia investigare il rapporto tra stato e mafia”.

In merito alle accuse sulla mancata circolazione delle notizie nella Procura, Caselli prosegue: “Se Falcone si è fermato è perché è stato fermato. Oggi i due magistrati sono considerati degli eroi, perché lo sono davvero. Ma non dimentichiamo che quando erano in vita furono spazzati via. Per la prima volta nella storia, stavano davvero sconfiggendo la mafia, perché non guardavano solo ai criminali di strada, ma anche agli imputati eccellenti, come Vito Ciancimino o i cugini Salvo. Lì, sono piovute sulle loro teste le calunnie. Si arrivò a parlare dell'uso della giustizia per fini politici. Questo mal vezzo – alza il tono della voce, ndr – continua ancora oggi”.

Sulle parole del procuratore nazionale Pietro Grasso, nel suo ultimo libro, Caselli sottolinea: “Non so a cosa si riferisca Grasso quando parla di gogna mediatica, ma è impossibile che si riferisse al mio lavoro a Palermo. Se c’è stata una gogna mediatica è stata fatta al contrario, a danno dei magistrati impegnati in quegli anni nella lotta alla mafia. E se si riferisce a noi ha sbagliato”.

E ancora, tornando al libro presentato questa sera, “Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia”, parla della sua scelta di concluderlo guardando al futuro con ottimismo: “penso ai giovani che hanno la capacità di essere radicali. Sono una minoranza, a mio avviso crescente, che ha la capacità di rompere gli idoli della corruzione, del compromesso, del potere. E che sono capaci, ancora una volta, di ripartire dalla costituzione”.