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Trattativa, nuove rivelazioni di Ciancimino

Strani episodi e polemiche su Grasso


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Il "supertestimone" della presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, torna al palazzo di Giustizia di Palermo per parlare coi magistrati e consegnare nuovi documenti. Ieri sera, davanti la sua casa di Bologna, identificati due carabinieri del Ros armati. "La scorta li ha identificati - ha detto Ciancimino - e ha fatto una relazione di servizio che ha trasmesso alle procure di Palermo e Caltanissetta". Intanto contro le dichiarazioni di Piero Grasso, parlano Salvatore Borsellino e l'Associazione fra le vittime della strage di via Gergofili, a Firenze

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Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino



"Non so se mi va più di continuare. Sono molto stanco. Anche per questo, oggi, sono qui davanti ai magistrati". E' tornato al palazzo di Giustizia di Palermo, Massimo Ciancimino, il “supertestimone” della presunta trattativa Stato-Cosa nostra che la settimana scorsa ha consegnato le copie del “papello”, l'elenco delle richieste della mafia per mettere fine alle stragi. Oggi, infatti, è previsto un nuovo interrogatorio davanti ai procuratori aggiunti di Palermo, Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, e il sostituto Nino Di Matteo. Con loro i colleghi di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo, che indagano sulle stragi del 1992. Ciancimino ha annunciato nuove dichiarazioni sui carabinieri del Ros sostenendo di avere nuovi documenti da consegnare ai magistrati. Il testimone, però, prima di entrare dai giudici, ha parlato di un episodio “preoccupante”. “Ieri sera - ha detto - alla vigilia delle importanti dichiarazioni che dovrò rendere sui carabinieri del Ros, la mia scorta, mentre mi riaccompagnava nella mia casa di Bologna, insospettita dalla presenza di due persone, davanti al palazzo, ha deciso di fare un controllo. Si trattava di due carabinieri del Ros, armati, che hanno dichiarato di essere lì per indagini". "La scorta - ha proseguito - li ha identificati e ha fatto una relazione di servizio che ha trasmesso alle procure di Palermo e Caltanissetta".

Salvatore Borsellino

Salvatore Borsellino



Sempre sulla trattava Stato-Cosa nostra, ha parlato Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via D'Amelio. “Le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso mi sconvolgono. E mi chiedo anche come può un alto magistrato parlare solo ora della trattativa fra Stato e mafia. E perché anche tutti gli altri, da Martelli a Ferraro a Violante, ne parlano solo ora? Oggi questo confronto fra istituzioni e criminali viene confermato, tutti sapevano. Perché non ne hanno parlato prima?”. Il procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso, aveva parlato in un intervista al Tg3 dell' eliminazione del procuratore aggiunto palermitano per “riscaldare” la trattativa e del salvataggio di politici da parte di Cosa nostra per portare avanti il confronto con lo Stato.

“Pensare a mio fratello – ha detto Salvatore Borsellino – come agnello sacrificale per una trattativa tra Stato e mafia e come bersaglio per salvare i politici mi sconvolge. E le parole di Grasso sembrano quasi giustificare ciò. Perché quando io parlavo della trattativa e di Mancino nessuno è intervenuto? Perché le testimonianze di esponenti istituzionali importantissimi arrivano solo oggi a 17 anni dalle stragi e dalla trattativa? Forse a qualcuno si è sciolta la lingua perché le procure di Palermo e Caltanissetta indagano? Chi sapeva aveva il dovere di parlare tanti anni fa. Di dire tutto ciò che sapeva. Un dovere morale oltre che di giustizia”.

Anche l'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze, commenta piccata le dichiarazioni di Piero Grasso."Non ci interessa se si è cercato di fermare una deriva stragista con interlocutori credibili, e ancora meno ci interessa se non si è riusciti a non riconoscere a Cosa nostra, malgrado lo sforzo, un ruolo tale da essere a livello di trattare con lo Stato. Quella sbagliata e vigliacca trattativa giocata tutta sulla pelle dei nostri figli - ha detto Giovanna Maggiani Chelli - non solo ha avuto conseguenze dolorosissime , ma è stata la dimostrazione della totale impotenza dello Stato contro la mafia. Impotenza che permane ancora oggi e lo sanno tutti benissimo, visto come sono trattate le nostre vittime". L'Associazione chiede che "si dimettano quindi come primo provvedimento da qualunque incarico pubblico e politico, quanti hanno messo a punto una trattativa più che ignobile con la mafia e quanti erano a conoscenza della trattativa con Cosa nostra già dal 1992 e si sono chiusi in omertosi opportunistici silenzi per sedici anni. Da questo momento in poi - annuncia Maggiani Chelli - dedicheremo tutte le nostre forze, a cercare di perseguire attraverso la legge, quanti sono responsabili in Italia insieme alla mafia della morte dei nostri parenti".