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L'anniversario

La rivolta per il pane


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Quale “assalto” al Risorgimento si può configurare quando si discute di tragici argomenti oscurati o sottovalutati dalla storiografia ufficiale?  Senza nostalgie antiunitarie è stata raccontata, la rivolta del “sette e mezzo” scoppiata nel settembre 1866. Analogamente si descriverà la strage  del 19 ottobre 1944 ossia “la rivolta per il pane”.
Due eclatanti fatti che hanno segnato la storia di Palermo. Il primo si verificò dopo cinque anni dalla proclamazione del Regno d’Italia; il secondo due anni prima del referendum del 2 giugno 1946 che determinò la fine dello Stato monarchico sabaudo. Due rivolte represse brutalmente e senza pietà, con copioso spargimento di sangue e tante vittime innocenti.
Identico il carnefice: l’esercito di uno Stato autoritario impersonato dai Savoia e dalla mano pesante dei suoi ottusi generali. Le rivolte palermitane, per le loro dimensioni e gravità, al di là delle intenzioni dei promotori, hanno caratterizzato sia l’inizio che la fine di uno Stato, centralistico ed antimeridionale, che non durò più di 85 anni.
Nel freddissimo 19 ottobre di 65 anni fa, in una città ferita profondamente nell’animo e nelle cose (i bombardamenti del 1943 avevano ridotto interi quartieri in un cumulo di rovine), mentre scarseggiavano del tutto servizi essenziali e generi di prima necessità (il pane e la farina si trovavano solo al mercato nero), i dipendenti comunali avevano proclamato uno sciopero per chiedere aumenti economici. Un corteo si mosse da piazza Pretoria per dirigersi verso Palazzo Comitini, sede della Prefettura (oggi della Provincia). Frattanto centinaia di palermitani disoccupati e “sbandati” ingrossavano le fila degli scioperanti. Gli organizzatori chiesero di essere ricevuti dal Prefetto, Paolo D’Antoni, e dell’Alto Commissario per la Sicilia Salvatore Aldisio, già ministro dell’Interno.
La folla, a gran voce,  chiedeva salari adeguati ma soprattutto “pane e pasta per tutti”. I più riottosi brandivano pezzi di legno. Il portone della prefettura fu precauzionalmente chiuso e sbarrato.
Quando i manifestanti appresero che le autorità non erano presenti, gli animi si esagitarono. Alcuni facinorosi presero a battere con pietre e bastoni le saracinesche dei negozi chiusi. Uno spaventato vice prefetto prese la grave decisione di telefonare al Comando militare della Sicilia (il comandante era quel generale Giuseppe Castellano, noto per l’armistizio dell’8 settembre a Cassibile, che brigava per ottenere una “sistemazione” adeguata ai servigi resi) per chiedere l’intervento di un congruo contingente di soldati.  Dalla caserma “Ciro Scianna” di corso Calatafimi, 50 militi sardi del 139° fanteria  vennero stipati su due camion al comando del giovanissimo sottotenente  Calogero Lo Sardo di Canicattì (l’unico siciliano) con destinazione via Maqueda. Era già quasi mezzogiorno, quando quegli uomini malvestiti e armati ciascuno con fucile modello ’91, cartucce e due bombe a mano, giunsero speditamente all’altezza dei Quattro Canti sommersi da fischi ed applausi. Gli scioperanti più intraprendenti si misero di traverso per rendere difficile il passaggio degli automezzi. Volò qualche latta e furono lanciati alcuni sassi. Una situazione che preoccupò il giovane ufficiale a capo del drappello. E’ sicuro, però, che non c’erano armi in mano ai manifestanti. Questa non trascurabile circostanza – acclarata peraltro da numerose testimonianze – tuttavia, non impedì ai militari, una volta arrivati quasi davanti la prefettura, di aprire inopinatamente il fuoco contro il popolo disarmato. Chi sparò diede esecuzione ad un ordine spietato, forse premeditato. “Certo è  - ricorda l’ex fante, il pensionato sardo Giovanni Pala - che quando arrivammo vidi perfettamente, coi miei occhi, che non c’era in corso alcun assalto. Quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente Lo Sardo diede ordine di scendere dai mezzi e di caricare i fucili. Tutto accadde in pochi istanti. I soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare le bombe. Io disubbidì, gli altri no . Fu il terrore. Una scena bestiale”.
Una strage dal bilancio terribile: 24 morti (fra cui due donne che lavoravano in una stireria dove fu scagliata una bomba militare)  e 158 feriti. Nessun caduto fra i soldati: soltanto 9 (nove!) feriti in maniera lieve.
In via Maqueda, via Divisi e vicolo Sant’Orsola, persero la vita uomini, donne e bambini innocenti. Nel pomeriggio del 19 ottobre, con forti getti d’acqua, furono ripulite le strade insanguinate e la stessa sera fu proclamato il lutto cittadino.
Non c’è stata nessuna operazione di guerra contro nemici. Si verificò, invece, l’assurdo: italiani contro fratelli italiani della città di Palermo. Il governo di allora (presieduto dall’on. Ivanoe Bonomi) si sforzò, senza riuscirci, di far cadere la responsabilità dei disordini sui separatisti. I partiti antifascisti e repubblicani, parlarono, invece,  di “piombo sabaudo”.
Non è difficile comprendere, dato il clima di estrema precarietà politica ed amministrativa, che la strage ha avuto una sapiente “regia”. Si dovevano determinare nuovi assetti di potere e, dunque, c’era chi pescava nel torbido e chi aveva interesse ad esasperare il conflitto sociale per il proprio tornaconto.
Il 20 ottobre si insediò una commissione d’inchiesta, formata dai rappresentanti dei partiti. Non approdò a nulla in quanto sorsero dei dissensi insanabili che ne paralizzarono l’attività provocando le inevitabili dimissioni dei suoi componenti.
Il processo ai presunti colpevoli dell’eccidio – tutti in divisa - fu celebrato presso il tribunale militare di Taranto. Con sentenza del 22 febbraio1947, dopo un dibattimento-farsa (durò appena due giorni!), i giudici non calcarono la mano. “Eccesso colposo per legittima difesa” sentenziò la Corte. Aggiungendo “non doversi procedere a carico di tutti gli imputati…. per essere tutti i delitti estinti da amnistia”.  In pratica nessun colpevole. Tutti si guardarono bene dal presentare appello e sulla  intera vicenda calò una pietra tombale.
Certo è che la strage sarà ricordata, come ha scritto lo storico Francesco Renda, come “la prima grande tragedia dell’Italia liberata”. Sulla rivolta non ci sono fotografie e corpi di reato, soltanto alcune carte dello scarno fascicolo processuale e la sentenza. Superfluo dire che manca qualsiasi  accenno  nei libri di storia per le scuole.  Siamo, forse, condannati a vivere in un paese che non conoscendo la propria storia è destinato a ripeterne gli errori? Auguriamoci di no, auspicando al contempo che qualcuno si prenda la briga, dopo 65 anni e a tutela della memoria, di aprire archivi e cassetti per consentire  di ristabilire la verità storica. Dopo anni di silenzi omertosi, rimozioni, coperture ed omissioni, appare quasi un atto dovuto.
Lino Buscemi