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L'ex pm: "Io e Ciancimino? Non saprei..."

L'onorevole della mafia
E Di Pietro non ricorda


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, Cronaca
Se Paolo Borsellino fosse ancora vivo si accenderebbe l'ennesima sigaretta, come quel giorno in via D'Amelio, e ci regalerebbe uno di quei suoi sorrisi carichi di sottintesi. Anni e anni di smemoratezza sull'orribile caso delle stragi. Anni di sussurri raccolti con estrema difficoltà. Anni di informazioni come rivoli essiccati. Adesso c'è la piena. Un fiume di parole. Una furia della memoria quale non si era mai vista. Ora tutti ricordano: dove erano, cosa facevano e con chi parlavano. Ricordano talmente bene che verrebbe da chiedere: scusi, si preoccupa dell'alibi? Intendiamoci, riannodare il filo dei misteri passati è sempre cosa ottima e giusta, per rispetto alla verità e al dolore. Ma questa corsa al particolare, questa gara in cui ognuno aggiunge un suo tassello, dopo anni di sepolcrale ammutolimento, sgomenta quasi più del silenzio stesso. Certo, non è che non emergano i fatti interessanti. Per esempio, ieri l'Ansa ha battuto la seguente notizia. Un parlamentare avrebbe avuto il ruolo di informare Cosa nostra delle iniziative del governo in tema di lotta alla mafia. Lo sospettava il pm Gabriele Chelazzi, sostituto della Dda toscana, applicato alla Dna nelle indagini sulla stragi mafiose del 1993. L'ipotesi investigativa viene fuori - come è emerso dai verbali - durante l'interrogatorio che il magistrato fece all'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli nel 2002. ''Una situazione che non le ho ancora rappresentato - disse il pm all'ex guardasigilli - che fa capo alle indagini che stiamo facendo alla quale debbo sottrarre almeno un nome, sta più o meno in questi termini: mentre partiva l'offensiva di strage i vertici di Cosa nostra decisero di avvalersi come interfaccia con l'ambiente istituzionale di una figura parlamentare''. ''Il compito della persona - aggiunge Chelazzi, morto d'infarto nell'aprile del 2003 - doveva essere, per quanto le indagini ad oggi ci consentono di dire, quello di essere continuamente sintonizzato sulle frequenze del ministero e io direi del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, appunto per sapere quali prospettive ci potevano essere''.
''Quale fondamento - continua il pm - potessero avere aspettative di smobilitazione, di allontanamento della pressione, addirittura di mancata proroga se non per tutti i soggetti che avevano avuto i decreti notificati (il riferimento del pm è ai decreti di applicazione del carcere duro ai mafiosi ndr) per un parte almeno''. ''Quella persona - conclude Chelazzi - alla fine della campagna di strage, poteva aggiornare il quadro dirigente di Cosa nostra, Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro''.
Per tanti che la memoria l'hanno ritrovata ecco uno che potrebbe, invece, averla persa. ''Ho interrogato in quegli anni 12.500 persone, l'interrogatorio di Vito Ciancimino non me lo ricordo. Certamente se avesse detto qualche cosa di interessante sarebbe rimasto nella mia mente''.  E' il commento di Antonio Di Pietro, intervistato ad Otto e Mezzo su La7. ''Mai saputo nulla della trattativa mafia-Stato - dice Di Pietro -. E' una vergogna che apparati dello Stato si siano messi a trattare con la mafia. Non si tratta con la mafia: si combatte''. Sì, è una vergogna. Ma per uno preciso come Di Pietro questa storia del non ricordo appare francamente labile.
Tra ricordo e non ricordo il rumore è grande sotto il cielo. E non si coglie ancora la pagliuzza d'oro in mezzo al fango. Ecco perché ci ostiniamo a rappresentare il giudice Borsellino con una foto in dissolvenza, come un'anima in pena. Senza ombra di sorriso.