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Il memoriale choc del prefetto

Mori: Borsellino ucciso
per l'inchiesta su mafia e appalti


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Qualcuno in procura a Palermo non voleva che l'indagine  “mafia-appalti” andasse avanti, mentre Falcone e Borsellino ci puntavano molto. E' il j'accuse del prefetto Mario Mori, uomo chiave, secondo l'accusa, della trattativa fra Stato e Cosa nostra. Ieri, al processo che lo vede imputato, dopo tutto quello che è stato detto, si è alzato in piedi e ha letto una lunga memoria a proposito di quegli anni, a partire dal 1991. Un memoriale choc che lancia pesanti ombre sulla Procura di Palermo, dubbi e sospetti su quei terribili giorni del 1992 a cavallo tra le stragi Falcone e Borsellino e danno una diversa chiave di lettura su mandanti e finalità dell'omicidio di Paolo  Borsellino: secondo Mori, in sostanza, il magistrato sarebbe stato ucciso perchè voleva portare avanti l'inchiesta su mafia e appalti. Mori parla anche del rapporto con i due magistrati uccisi dalla mafia, di quello con Vito Ciancimino, degli incontri con Luciano Violante, allora presidente della commissione parlamentare Antimafia. E al centro di tutto quelle indagini su mafia e appalti. Investigazioni che promettevano di scavare a fondo nel micidiale connubio fra Cosa nostra, politica ed economia.

Un rapporto che, però, si conclude con una richiesta di archiviazione controfirmata dal procuratore capo, Pietro Giammanco, il 20 luglio del 1992. Un giorno dopo la strage di via D'Amelio. Atto che ha il suo epilogo con l'archiviazione definitiva da parte del gip del tribunale di Palermo venerdì 14 agosto 1992. Date che non passano inosservate e che fanno concludere a Mori che “almeno una parte di quella magistratura, oltre ad ambienti politici e imprenditoriali, temesse la prosecuzione dell'indagine”.

Ma dopo la strage di via D'Amelio, quando “il paese era in ginocchio”, il capitano Giuseppe De Donno ha tentato di aprire un canale con Vito Ciancimino. "Mai come in quel momento - ha detto Mori - ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario". Ma dei colloqui con Ciancimino, Mori non avverte nessuno al palazzo di Giustizia di Palermo, “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e tentare di acquisire informazioni nella disponibilità di Ciancimino e giungere a una sua formale collaborazione”. Ne parla con Luciano Violante, in diverse occasioni, e ne parlerà con Giancarlo Caselli appena si sarà insediato alla guida della procura di Palermo. Con lui proseguirà gli interrogatori in carcere di don Vito che proseguiranno dal  27 gennaio del 1993 al 21 gennaio 1994.