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Giovanni Sucato
un mistero ancora in vita


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In allegato con il mensile, i lettori di Palermo e provincia potranno acquistare anche il dvd “Il mago dei soldi”, la docu-fiction di Giacomo Cacciatore, Raffaella Catalano e Gery Palazzotto sulla storia di Giovanni Sucato, il sedicente avvocato che raccolse i soldi di migliaia di palermitani con la promessa di restituirli moltiplicati e poi morì in circostanze misteriose nel 1996. Ecco un racconto-ricordo dello scrittore Giacomo Cacciatore, che firma anche la regia del documentario.

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Mi sono imbattuto in Giovanni Sucato per la prima volta una ventina d’anni fa, proprio ai tempi del suo grande gioco a perdere che fece prima sognare e poi sudare freddo la Sicilia. In verità, fu un incontro di seconda mano. Il “mago di Villabate” era già un personaggio irraggiungibile, il suo nome correva sul filo del passaparola, e io seppi di lui da un amico, per telefono. Mi si proponeva di affidare dei soldi a non so chi e di confidare nel raddoppio della somma. A cura di Sucato, ovviamente. Ero un ragazzino allora, ma vantavo già una buona dose di diffidenza che spesso ho visto trasformarsi in lungimiranza. Fedele alla premessa collodiana che “quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera o sono matti o imbroglioni”, rifiutai. E sentendomi dare dello stupido, del “fissa”, rincarai la dose. “Finirà a legnate”, predissi al mio amico con la bava alla bocca e il segno della lira negli occhi. Finì anche peggio, come molti ricorderanno, e come si vedrà nel documentario che abbiamo realizzato io, Raffaella Catalano e Gery Palazzotto.
Della vicenda Sucato, più che il protagonista in sé, ho trattenuto nella memoria lo scenario a margine: l’epopea dei comprimari, l’odissea della gente minuta. Siciliani, diffidenti per storia e per natura, arroccati in una perenne difesa della “robba” e in eterna attesa di qualcuno capace di sottrargliela, che di colpo si erano trasformati in bambini, bocca spalancata e borsellini aperti. Sucato, già difficilmente definibile come personaggio nella sua evanescenza, nel suo non-passato e nel suo futuro a disposizione di chiunque, mi appariva più interessante come catalizzatore di incertezze e candori collettivi, del tutto inaspettati, specialmente se si parla di Sicilia. Sucato entrava per me di diritto nel reame degli archetipi: l’incantatore, l’affabulatore, il costruttore di sogni, un Puck in salsa provinciale che smuoveva leve inconsce e spariva dopo aver scatenato il caos, la menzogna distruttiva e la verità dolorosa fuori tempo massimo.
Volendo modernizzare il termine “archetipo”, pensando a Sucato si potrebbe parlare di paradigma. Eterno perché dura e perché, nella sua esemplarità che garantisce la ripetizione, eserciterebbe anche oggi i suoi effetti su qualsiasi popolo, a qualsiasi latitudine e in ogni momento storico; forse con modalità diverse nella forma, ma identico nella sostanza. Un archetipo (un paradigma) raramente necessita del classico processo di introspezione che di solito si riserva ai personaggi “nati dal nulla” da presentare e sviluppare in narrativa e al cinema. È già lì, sulla carta o sulla pellicola, prima ancora che lo si descriva o lo si inquadri, ben impresso nelle coscienze e nelle conoscenze inconsapevoli della collettività. La sua superficie, di acque abbacinanti o di roccia tagliente, non si presta a scavi o inabissamenti del narratore. Basta il tratto di matita che riassuma, il segno che rievochi, un punto interrogativo che ammicchi. Il resto lo farà il lettore o lo spettatore.
In questo, la scarsità di materiale originale di Sucato “dal vivo”, incassata in prima battuta da noi che lavoravamo al documentario come un ostacolo oggettivo, come un limite insormontabile, ha finito con il costituire, a mio parere, un valore aggiunto alla nostra opera. Poche interviste del ragazzone di Villabate, una voce fuori campo, qualche fotografia. Ma Sucato c’era eccome, semplice nella sua complessità: un abbozzo da fumetto tragico. Un paradigma che bastava a se stesso, appunto.
La varietà, la “carne” della narrazione è invece tutta concentrata nei volti, negli sguardi, nelle opinioni e persino nei silenzi degli intervistati che, a vario titolo, hanno incrociato le loro vite con quella di Giovanni Sucato: non solo i professionisti che si sono prestati alle nostre domande, ma anche gli uomini della strada, più spaesati, che si aggirano nei filmati d’epoca. Un esempio su tutti: la folla in attesa del “mago” davanti all’ufficio di via Mariano Stabile che non riaprirà più i battenti. Si guardino quelle facce, si tenda l’orecchio a quelle voci: sarà facile cogliere un concentrato di sicilianità rabbioso e commovente, agguerrito e attonito. Materiale di base per un saggio di antropologia.
Ho tenuto a mente tutto questo – la natura archetipica della storia, la sorpresa e lo smarrimento delle vittime intrappolate in un sogno-incubo – nel mettere su, insieme ai miei coautori, il film che vuole ricostruire la breve avventura del “mago dei soldi” di Villabate. Immaginando persino che non sia davvero morto e che stia agendo forse anche in questo momento, in altre vesti e magari su più ampia scala, circondato da una corte di adulti-bambini. Magari in Sicilia, ma non necessariamente e soltanto qui.

Giacomo Cacciatore